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Pasqua di Marzo
facciamo gli scongiuri

Nel mondo agro-silvo-pastorale l’esistenza era scandita dal calendario stagionale e la Resurrezione “prematura” era vista come simbolo negativo

pasqua

di SALVATORE LOVOI

NEMOLI - «Pasqua marzatica o morìa o famatica», può sembrare un controsenso ma a sentire “la vecchia” è proprio così. Se la Grande Domenica cade nel terzo mese dell’anno è sinonimo di sventura. Un paradosso se si considera che la festa è portatrice di vita nuova e rinascita. Ma l’antico adagio popolare non fa differenze tra le ricorrenze. Basandosi sull’esperienza, infatti, preannuncia morte e fame perché ci si trova nell’equinozio di primavera. Periodo in cui il sole è “crocifisso” in cielo e vi sono – secondo la tradizione - vari segni premonitori di sconvolgimenti non solo atmosferici.
D’altronde la conferma di una malannata è già insita nel carattere “bisesto e funesto” del 2016. Il cattivo tempo, le alluvioni, le frane, pare debbano diano ragione ai presagi infausti. La crisi economica e morale, il clima di incertezza, che regna per gli atti terroristici, poi, lo confermano.

Il proverbio, ancora presente mella memoria calabro-lucana, pugliesee campana, Umbria e Toscana, viene tramandato da diverse categorie sociali (contadini, allevatori e persino dai briganti del beneventano). A leggere a fondo “l’addivinazione” la Pasqua “bassa” anticipata, controtempo, non può che essere “friddusa” e misera. Una volta, col detto, si avvertiva la scarsità dei raccolti quindi carestia, epidemie e persino conflitti bellici (una situazione quanto mai attuale!).

Nel mondo agro-silvo-pastorale l’esistenza era scandita dal calendario stagionale e la Resurrezione “prematura” era vista come simbolo negativo. Questo perché la festa più importante della cristianità, costituiva il preludio all’avvio dei lavori nei campi e nei boschi e già si sentiva aria di transumanza. Il termine “marzatico” non è in sintonia con “Pasqua int’ a ‘na frasca” o di una Pasquetta all’aperto con gite fuori porta, e può avere risvolti anche sul turismo.
Da qui la necessità di esorcizzare il futuro con i falò propiziatori di S. Giuseppe e dell’Annunziata, per fecondare e rendere fertile la terra.

Altri segnali alle Palme che, se sono bagnate, assicurano “gregne” piene di grano. Beneagurante anche i riti arborei che sul Pollino, a Viggianello, partono la domenica dopo Pasqua. Di buon auspicio il “battesimo” in un arco di rovi, nel Marmo-Platano, a Baragiano e Pescopagano il Lunedì in Albis.
L’elemento vegetale caratterizza il passaggio al nuovo. Il consumo di erbe amare (rinviano all’Esodo biblico). Asparagi, luppolo, vitalba, borragine, insieme alle uova, in frittate e ciambelle come la “scarcedda” o “pecceddato” (il bokelaton greco) rappresentano il rinnovamento cosmico.
In sintesi la rivoluzione astrale non è mai indolore. La leggenda del pastore è sempre attuale visto che qualche meteorologo ha previsto, anzitempo, un colpo di coda dell’inverno in aprile. Quindi non ci resta che fare gli scongiuri!

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