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Chiesti finanziamenti
per bonificare i fondali
dalle bombe della guerra

Bombe (inesplose e quindi pericolose) che un sindaco determinatissimo oggi vuole a tutti i costi rimuovere. «E’ intollerabile, sono lì da settant’anni …»

Chiesti finanziamentiper bonificare i fondalidalle bombe della guerra

di FRANCESCO TROTTA

ISOLE TREMITI - «Abbiamo chiesto al Governo fondi per un milione di euro. Spero che Roma non ci farà aspettare altri settant’anni, altro che trivelle. Questa è una emergenza da risolvere subito. Da tempo ho inoltrato agli organi competenti la pratica contenente la richiesta di bonifica. I fondali dell’isola di Pianosa sono infestati da residuati bellici risalenti alla seconda guerra mondiale. Sono lì da 71 anni. Non possiamo più attendere. Ci hanno sottratto una parte del territorio. Tra l’altro una ordinanza risalente al 1972 vieta agli isolani di avvicinarsi e soprattutto di pescare in quella zona».

Antonio Fentini, sindaco del Comune diomedeo in prima linea nella plateale protesta dei No Triv, “torna” alla carica stavolta sull’altra questione che angustia le isole diomedee: ovvero quella – delicata - legata ai fondali dell’isola di Pianosa (chiamata così per il suo aspetto pianeggiante), per superficie la quarta isola dell'arcipelago tremitese, ovvero la più piccola escludendo l'isolotto del Cretaccio. Completamente disabitata, Pianosa ha i fondali zeppi di ordigni bellici, i quali giacciono lì da oltre 14 lustri. Una eternità. Fentini ha riunito l’assise tremitese nei giorni scorsi ed ha deliberato in merito. In sostanza il massimo consesso cittadino ha licenziato una delibera di sollecito al Ministero competente a Roma per “liberarsi” – una volta per tutte - dalle bombe, richiedendo allo scopo un milione di euro.

«Sì, abbiamo chiesto quella cifra per la bonifica…» conferma. L'isola si sviluppa su una superficie di circa 13 ettari per una lunghezza di 700 metri, una larghezza di 250 metri, con uno sviluppo costiero di 1.300 metri e un'altezza massima di 15 metri sul livello del mare. La limitata altezza fa sì che durante le mareggiate l'isola venga sommersa dal mare nella quasi interezza. Flora quasi inesistente – a parte alcune piantine grasse e bulbi di cipolle selvatiche - ma viceversa è nei fondali che alberga una nutrita varietà di specie che hanno trovato il loro habitat naturale ai piedi di scogliere che precipitano nel mare fino a 30 metri di profondità fra una flora di gorgonie, spugne di diverse varietà e distese di alghe. Pianosa – come si ricorderà - rientra integralmente nella Zona A, ovvero è riserva marina integrale. Qui sono “di casa” pagelli, polpi, murene, saraghi, corvine, ricciole, dentici, orate, cernie e qualche aragosta di grossa taglia. A fare compagnia a distese praterie di posidonia e pesci guizzanti e coloratissimi, vi è però un imprecisato numero di bombe aeree – chi le ha viste parla di un vero e proprio tappeto depositato sul fondo- inesplose, risalenti al secondo conflitto bellico. «Il numero da noi stimato è di circa cinquanta ordigni», ammette Fentini.

Bombe (inesplose e quindi pericolose) che un sindaco determinatissimo oggi vuole a tutti i costi rimuovere. «E’ intollerabile, sono lì da settant’anni …» continua a ripetere. Gli ordigni sarebbero dislocati nello specchio di mare circostante l’isola per una fascia complessiva di cento metri. Sono state sganciate – secondo quanto è stato appurato- durante il secondo confilitto bellico quando la zona veniva usata dagli aerei – allo scopo di alleggerirsi prima di atterrare - come scarico degli ordigni in dotazione e non utilizzati. «Viviamo di turismo - aggiunge Fentini  -non possiamo più tollerare una situazione simile».

Sulla questione “fondali infestati di Pianosa” ci fu anche una interrogazione parlamentare nel luglio del 2004 – dodici anni fa – da parte dei Verdi. Nel 2005 l’allora governo Berlusconi rispose ammettendo la presenza degli ordigni. Ma le bombe, dopo 71 anni, sono ancora lì. Tempo addietro si parlò anche di mettere in vendita l’isola - a causa delle ristrettezze del bilancio comunale - partendo da una base di 10 milioni di euro. Ma la strada risultò impraticabile e tutto si risolse in una mediatica provocazione che ebbe solo il compito di accendere per poco tempo tra l’altro i riflettori sulle difficili condizioni in cui versano le isole care a Diomede.

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