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sanità

Medicina del sorriso
il cinema in ospedale

Prende il via domani «Dottor cinema, il paziente ha un posto in prima fila», il progetto lanciato dalla Asl Bari che coinvolgerà tre ospedali e un centro diurno

cinema ospedale

di ANTONELLA FANIZZI

BARI - Il cinema in ospedale. Una medicina dolce, i cui effetti collaterali non possono che essere positivi soprattutto per chi è costretto a restare in corsia per settimane. Una forma di auto-aiuto per sostenere nel percorso di recupero le persone malate e sofferenti.
Prende il via domani «Dottor cinema, il paziente ha un posto in prima fila», il progetto lanciato dalla Asl Bari che coinvolgerà tre ospedali e un centro diurno. L’inaugurazione è in programma alle 16 nella sala convegni dell’ospedale San Paolo. «Non un semplice intrattenimento - spiega Edoardo Altomare, medico responsabile della Formazione della Asl Bari, nonché ideatore ed organizzatore del ciclo di film - ma qualcosa di più. Va sempre più rafforzandosi la convinzione che il sollievo dalla sofferenza, e in qualche modo anche un miglioramento delle condizioni cliniche dei pazienti ricoverati, possano essere agevolati dalla somministrazione di pellicole scelte ad hoc, soprattutto se capaci di evocare emozioni positive e di suscitare buonumore. Il sorriso, come ormai tutti sanno, è una potente medicina».

Dottor Altomare, come nasce l’idea?
«Mi occupo di formazione per i dipendenti della Asl Bari da dieci anni. Ho proposto eventi formativi basati sulla empatia, sull’approccio umano nel rapporto medico-paziente, attraverso la proiezione di frammenti di film, nella convinzione che il cinema sia un efficace strumento educativo, come testimoniato dagli ottimi risultati conseguiti da tempo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. C’è la partecipazione attiva del personale ed è favorita l’interazione. Di recente c’è stata inoltre l’esperienza di grandi ospedali, e cioé il policlinico Gemelli di Roma, il Niguarda di Milano e l’Istituto clinico Humanitas di Rozzano, sempre in provincia di Milano, che hanno attivato una raccolta fondi per allestire sale cinematografiche permanenti».

Quindi c’è un finanziamento specifico?
«Non ci sono spese perchè il progetto è a costo zero. Anche per questo speriamo di ampliarlo».

Come sono stati individuati gli ospedali?
«La scelta è ricaduta su quelle strutture che dispongono di una sala convegni con uno schermo e un lettore dvd. Abbiamo individuato pellicole che hanno contenuti di ottimismo e di speranza».

A chi si rivolge questa iniziativa?
«A tutti i pazienti che sono in grado di stare seduti su una poltrona e ai loro accompagnatori. Al San Paolo ci sono 90 posti: i ricoverati in Pediatria, protagonisti del primo appuntamento, sono in numero inferiore. Per questo saranno coinvolti i ragazzi che ruotano intorno agli ambulatori. All’ospedale della Murgia di Altamura abbiamo 250 posti, al Sarcone di Terlizzi 80 e al centro Cunegonda di Bari, che cura il disagio psichico, ulteriori 100».

Quanto il sorriso può essere terapeutico?
«Già una ventina d’anni fa le autrici del saggio “Cinematerapia”, Nancy Peske e Beverly West scrivevano: “I film sono ben più di un puro e semplice divertimento, sono dei medicinali. Una buona pellicola è come un ricostituente lenitivo”. E ancor oggi alcuni studiosi ritengono che la visione collettiva di un film favorisca quella capacità di conoscersi attraverso gli altri che caratterizza la specie umana: condividere le narrazioni degli stati mentali di ciascun spettatore, e attribuire così un senso all’esperienza, può stimolare consapevolezza e crescita personale. Il riso fa buon sangue e molto di più: aiuta il sistema immunitario e attiva le difese del nostro organismo. Con questo progetto vogliamo portare un pizzico di normalità in un luogo di dolore, creare spazi di evasione».

È un esperimento destinato a essere replicato altrove?
«Certamente, se ci sarà il consenso del pubblico. È una iniziativa in cui credono sia il direttore generale della Asl Bari, Vito Montanaro, sia il direttore sanitario Silvana Fornelli. Ma ci sarà bisogno della collaborazione dei dipendenti e del supporto delle associazioni di volontariato che hanno accettato la sfida».

Qual è la sua specializzazione?
«Sono un oncologo e conosco il dramma degli ammalati di tumore e dei pazienti lungodegenti. Il cinema li può aiutare a stare meglio perché fornisce una dose terapeutica di ottimismo e fiducia».

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