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Il caso

«Uccise centinaia di cani
tra enormi sofferenze»

A processo il presunto responsabile del lager nelle campagne di Santeramo

«Uccise centinaia di cani  tra enormi sofferenze»

di Giovanni Longo

BARI - Quel pezzo di terreno che non era neanche il suo e dove, si difende, si limitava a dormire era diventato un lager per cani abbandonati. Qui, in contrada Colonna Varallo, a Santeramo, dal 2008 al 2014 «diverse centinaia di cani», contesta l’accusa, sono stati maltrattati e uccisi. Non episodi isolati, ma una mattanza sistematica che sarebbe andata avanti per anni. Tra sofferenze indicibili che i poveri animali sono stati costretti a subire.

Vittime tantissimi amici a quattro zampe che, chissà, forse erano convinti di avere trovato un rifugio sicuro una volta recuperati per strada e che, invece, qui sono stati picchiati, maltrattati, uccisi.

Sul banco degli imputati V. R. P., 56 anni, di Santeramo. L’uomo, assistito dall’avvocato Giovanni Ladisi, ripete che non c’entra nulla con quello che avveniva lì. La Procura è di diverso avviso. Al punto che il pm Simona Filoni, che ha coordinato le indagini degli agenti del Corpo Forestale dello Stato, ha emesso un decreto di citazione diretta a giudizio nei confronti di chi è considerato il responsabile della mattanza. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico della seconda sezione penale del Tribunale di Bari. Le ipotesi di reato sono uccisione e maltrattamento di animali, oltre a invasione di terreni. Il presunto responsabile del lager, stando al capo d’imputazione, «per crudeltà e senza necessità maltrattava un numero indefinito di cani». Randagi e animali abbandonati, stando alle indagini, venivano prelevati dalla strada e rinchiusi in un terreno interamente recintato che non apparteneva all’imputato e all’insaputa dei legittimi proprietari (di qui anche la contestazione dell’invasione dei terreni).

Cosa accadeva nelle campagne di Santeramo alle povere bestie? Oltre a non prendersi cura dei cani che aveva prelevato, l’uomo li avrebbe di fatto sottoposti «ad atroci sofferenze, prolungatesi nel tempo, detenedoli in condizioni incompatibili con la loro natura, procurando loro sofferenza, intesa come lesione della integrità sia fisica che psicologica della sensibilità degli animali».

I cani, infatti, «venivano abbandonati a loro stessi, lasciati senza acqua e senza cibo» o comunque in quantità non sufficienti per sfamare tutti. In alcuni periodi su quel terreno potevano convivere anche un centinaio di animali. In un ambiente chiuso dal quale era impossibile scappare e in quelle condizioni inevitabilmente i combattimenti tra gli «ospiti» erano all’ordine del giorno.

Esposti alle intemperie, alle malattie, senza riparo, spesso costretti persino a rimanere con le zampe sommerse nel fango e costretti a vivere in un prolungato stato di abbandono.

Leggendo il capo d’imputazione davvero si stringe il cuore. Unico obiettivo di tutto questo sarebbe stato infliggere ai cani gratuitamente «insopportabili ed inimmaginabili sofferenze, prolungate nel tempo e incompatibili con la natura di animali domestici e di affezione».

In un ambiente di questo tipo la selezione naturale si fa sempre più stretta, ovviamente. In pochi sopravvivono a queste condizioni. Di qui l’accusa di avere provocato la morte «di diversi cani, ivi inclusi cuccioli di cane, per un numero indefinito ma comunque superiore a diverse centinaia, giacché dopo averli collocati nel terreno in questione, luogo dal quale non potevano scappare - si legge sempre nel capo d’imputazione - perché recintato». Qui, dunque, venivano lasciati morire «di sete, di fame, nonché di malattie». Avere omesso di accudirli - contesta sempre l’accusa - è la causa di una «morte certa, lenta e dolorosa». Con carcasse che sarebbero state fatte sparire «verosimilmente a mezzo seppellimento».

Persone offese nel procedimento l’Anpa (Associazione nazionale protezione animali) e l’Enpa (Ente nazionale protezione animali Onlus).

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