Martedì 22 Gennaio 2019 | 10:57

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Gli atti dell'indagine

«Le estorsioni dei Parisi
pagate anche in natura»

L'accusa: il clan accettava anche prodotti, materiali e servizi

«Le estorsioni dei Parisi  pagate anche in natura»

di Luca Natile

BARI - Buoni benzina. Materiale ferroso da rivendere al mercato nero dei metalli. Panelli in legno per carpenteria. Felpe rubate. Il denaro contante non era l’unico mezzo di pagamento accettato dal racket delle estorsioni di Japigia. Michele Parisi, 49 anni, alias «Gelatina», fratello di Savino Parisi, 55 anni, «padrino» di Japigia, tra il 2011 e il 2014, in particolare con la complicità del fratello Nicola Parisi, 44 anni, avrebbe messo sotto estorsione costruttori che in quel periodo avevano aperto i loro cantieri nel quartiere di Japigia e proprietari di caseifici nei comuni di Gioia del Colle e Bitonto, e si sarebbe accontentato anche di pagamenti in natura.

Dalla corposa ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice delle indagini preliminari, Francesco Pellecchia su richiesta del pubblico ministero antimafia Roberto Rossi, che ha coordinato le indagini condotte dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria, al comando del colonnello Oriol Deluca, emerge che i fratelli del padrino avrebbero accettato (se non richiesto espressamente) come pagamento delle estorsioni beni e servizi.

Secondo la ricostruzione elaborata dagli investigatori i fratelli di Savinuccio (il «padrino» ritornato in libertà a metà gennaio dopo essere stato assolto al termine di un processo per estorsione ai danni di un imprenditore di Modugno, non è coinvolto in questo procedimento) hanno stabilito con alcune delle vittime che il pizzo, oltre che in denaro, poteva essere costituito da prestazioni in natura, come l’attribuzione di una quota di materiali e attrezzature presenti nei cantieri (100 pannelli in legno per carpenteria; materiale ferroso, rivenienti dallo smontaggio della vecchia recinzione), oppure buoni benzina. Una forma di pagamento sostitutivo sostanzialmente nuova.

La casistica a riguardo è vastissima. Nella retribuzione in natura rientrano (ma qui siano nel territorio del già visto) anche altri «benefici» come la sistematica fornitura di generi alimentari (latte, ricotta e mozzarelle per i caseifici finiti sotto ricatto). Altra forma di retribuzione, questa però già emersa in altre inchieste, sarebbe stata l’assunzione fittizia di un «amico degli amici» da parte della ditta ricattata.

Un modo per aggirare l’ostacolo e creare una voce di spesa nel bilancio della ditta presa di mira. Quel denaro pagato sotto forma di stipendio, secondo gli investigatori, finiva per un terzo direttamente nelle mani del boss.

«La presenza di un guardiano di fiducia nel cantiere» scrivono gli inquirenti «serve alla stessa organizzazione criminale quale fonte di notizie in relazione all’attività strategica del cantiere (come ad esempio l’imminente inizio di lavori elettrici, idrici, di muratura, di pavimentazione, di intonacatura), per avere a disposizione tutte le informazioni e mettere a punto una più incisiva attività estorsiva».

I due fratelli Parisi avrebbero inoltre cercato di far assumere carpentieri, muratori, elettricisti di lor fiducia per soddisfare la loro personale rete di clientele oltre che poter attingere somme in nero dalle buste paga.

Il pagamento in natura è figlio soprattutto della recessione. La crisi delle attività economiche sta mettendo in difficoltà interi settori gestiti dalla malavita organizzata. Le operazioni di rientro dei prestiti usurai e delle pretese di pagamento di una percentuale o di una parte dell'incasso, dei guadagni o di una quota fissa dei proventi, in cambio di una supposta «protezione», ristagnano in una palude nella quale stanno affondando decine di creditori insolventi, trascinandosi dietro le «finanziarie» clandestine amministrate dai Parisi, dai Di Cosola, dagli Strisciuglio. La contingenza negativa sta costringendo la criminalità a modificare il proprio «business plan» e investire risorse, capitali e uomini nell’area di attività delle «estorsioni» dopo aver fatto una scelta strategica: «Far pagare meno, per far pagare tutti», accettando pagamenti dilazionati, concedendo proroghe, a volte ricontrattando importo e durata della cosiddetta «polizza in nero».

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