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trivelle

La Shell rinuncia
ai sondaggi nello Jonio

Ed ora impazza già da queste parti la campagna per il referendum del 17 aprile sulla durata delle concessioni già rilasciate

trivelle, piattaforma

di FILIPPO MELE

POLICORO - Colpo a favore di quanti si oppongono alle trivelle nei mari italiani. La multinazionale Shell ha rinunciato, pur se si attende la conferma ufficiale da parte del Ministero dello sviluppo economico (Mise), ad esplorare il Golfo di Taranto. La notizia diffusa nella giornata di ieri è stata salutata favorevolmente proprio qui dove, il 15 luglio scorso, vi fu una manifestazione istituzionale no triv, contestata dagli ambientalisti, con i presidenti delle Regioni Puglia, Michele Emiliano; Basilicata, Marcello Pittella; e Calabria, Mario Oliverio. Tre regioni che si oppongono a trivellare i loro mari e che, pertanto, hanno posto vincoli alle attività della Shell e di altre compagnie petrolifere interessate. Nello specifico, ad esempio, Puglia e Baslicatata avevano detto “No” alla multinazionale che ora ha abbandonato. Pare, proprio per i troppi “lacci” incontrati nella sua azione.

La decisione, che sarebbe stata comunicata al Mise con una lettera di poche righe, riguarda due permessi di ricerca, il d7482fr-sh ed il d7482fr-sh. Non c’entrerebbe, dunque, il prezzo del greggio ai minimi nella “storica” decisione. Che si aggiunge ad un altro “colpo” favorevole ai no triv istituzionali o sociali che siano: la decisione del Governo di rinunciare alle trivellazioni entro le 12 miglia della costa.

Ed ora impazza già da queste parti la campagna per il referendum del 17 aprile sulla durata delle concessioni già rilasciate. Insomma, ce n’era abbastanza, forse, per la Shell per rimanere. Così, ha tolto il disturbo portandosi via i 2 miliardi di investimento programmati. Ma agli irriducibili No triv dello Jonio, con il movimento Noscorie Trisaia in prima fila, tutto ciò non basta. Così, il rilancio: «Il mar Jonio non avrà mai pace, non solo per le altre istanze sotto e sopra le 12 miglia presenti, fino a quando il Governo Renzi non lo classificherà come area marina oil free, libera cioè da trivellazioni e ricerca petrolifera, applicando il principio di precauzione al pari di come deciso per il Golfo di Venezia».

Per Felice Santarcangelo, portavoce del movimento, i 2 miliardi persi sarebbero poca cosa di fronte «alle decine investiti in questi decenni in riva allo Jonio da Puglia, Basilicata e Calabria, in turismo, pesca, servizi, cultura e attività a lungo termine e non a tempo determinato come il petrolio. Non si può pretendere da un territorio turismo, pesca e ricerca petrolifera. I dati Istat, Apt, Svimez, Banca d’Italia, relativi alla Basilicata dimostrano l’incompatibilità economica e ambientale del petrolio nei contesti locali, senza entrare nel rischio per gli ecosistemi. Ma non ne facciamo una questione di soldi. Quelli si creano tranquillamente in un contesto naturalistico sostenibile economicamente e non puramente speculativo e a termine come accade con lo sfruttamento del sottosuolo. Saremmo ancora più contenti, tuttavia, se la Shell rinunciasse anche alle attività sulla terraferma lucana smettendola di chiedere altre concessioni».

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