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Ribaltato il primo verdetto. Strada da Lecce a Melendugno: il Consiglio di Stato ha bocciato il progetto

la sentenza «Regionale 8», lo stop dei giudici

di Tonio Tondo

Il Consiglio di Stato, con una sentenza di 37 pagine, ha demolito il procedimento amministrativo e il progetto esecutivo della Regionale otto, arteria a quattro corsie, che dovrebbe (o avrebbe dovuto?) collegare Lecce con Melendugno. Tre le anomalie censurate pesantemente: l’opera è stata approvata in modo definitivo con una determinazione del dirigente nel 2012 e il cantiere avviato nel 2013 con la valutazione di impatto ambientale (Via) già scaduta; allegati tecnici, rilievi e attività di progettazione non hanno rispettato le prescrizioni del decreto sulle infrastrutture del 2001 sulle «norme funzionali e geometriche» per la costruzione di strade; infine, i giudici hanno censurato il mancato rispetto, da parte dei servizi regionali, del corretto procedimento sugli «avvisi» ai proprietari relativi agli espropri.

Non è sufficiente, questo il richiamo, la pubblicazione per un «avviso di massa», ma è invece indispensabile la comunicazione con nome, indirizzo e particella catastale interessata all’esproprio.

La sentenza, che potrebbe portare al «de profundis» di un’opera contestata da più parti, è arrivata dopo anni di scontri nelle aule di giustizia come riforma e ribaltamento della decisione del Tar di Lecce del maggio 2015. Da una parte, la Sis spa di Nicola Montinari, una società immobiliare con proprietà a Lizzanello e Vernole, difesa da Tommaso Millefiori; dall’altra, Regione, Comune di Lizzanello e consorzio cooperative costruzioni (Ccc) in associazione con la Leadri di Palumbo e altre aziende. Al Tar l’avevano spuntata questi ultimi, rappresentati da Anna Bucci (regione) e Pier Luigi Portaluri per conto delle società; al Consiglio di Stato il capovolgimento.

Millefiori ha vinto su tutta la linea. Negli ultimi sei mesi è stato quasi un corpo a corpo, tra memorie e integrazioni, eccezioni e pregiudiziali che si sono accavallate tra il 12 maggio 2015, data del provvedimento dei giudici di Lecce, e il 15 dicembre quando si è svolta l’udienza decisiva a Roma. La sentenza, molto articolata, è stata preparata dal giudice Giuseppe Castiglia. Riccardo Virgilio ha presieduto il collegio di cinque giudici.

Fulcro del dispositivo, il rispetto delle prescrizioni tecniche sulla realizzazione delle strade contenute nel decreto del 2001. Per le imprese, il progetto non doveva rispettarle trattandosi di un’opera molto vecchia, una delle più datate in Italia, risalente al 1988. Stessa linea è stata sostenuta dalla Regione, portando fino in fondo l’impostazione dell’ingegnere Antonio Pulli, il tecnico responsabile del procedimento fino a qualche anno fa. I nuovi vincoli progettuali del decreto avrebbero richiesto una superficie ben più vasta per realizzare l’arteria. Da ciò il ricorso all’articolo 5 appellandosi alla deroga per i progetti precedenti al 2001.

Ma il progetto, con tutte le modifiche realizzate nel tempo, non era più quello originario. Una variante sostanziale, poi, per venire incontro alle proteste, era stata approvata dai servizi e dalla giunta regionale a metà 2013. La stessa variante aveva avuto il via libera anche dal Consiglio dei ministri per superare l’opposizione della soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. Il consiglio di stato ha stabilito che di secondo progetto si trattava; e che quindi avrebbe dovuto rispettare sia il decreto legislativo sia un parere «accessivo», con vincoli, del Consiglio regionale dei lavori pubblici e la stessa legge del 2006 della Puglia. Questa decisione comporta la bocciatura radicale dell’impostazione seguita finora con conseguenze imprevedibili tra amministrazioni, soggetti privati coinvolti e imprese.

Il secondo macigno, la Via «triennale» scaduta nel 2011 e mai riproposta con nuovo procedimento, anzi difesa in modo pregiudiziale dalla Regione in base al Codice dei beni culturali che fissa in cinque anni la durata. I giudici romani, contrariamente a quanto stabilito dal Tar, hanno spiegato che la regione avrebbe dovuto rispettare una «sua» legge che fissava in tre anni la durata del documento ambientale. Al momento dell’adozione del progetto non erano ancora in vigore le disposizioni statali. Solo dopo qualche anno la regione ha poi adeguato la sua legge alla norma nazionale.

La sentenza, su questo punto, mette in crisi tutto quello che è stato fatto finora e delegittima le realizzazioni dei cantieri aperti nel 2013, inclusi i chilometri a quattro corsie, autorizzati in modo avventato, tra l’incrocio di Strudà e la periferia di Vernole. Cantieri a questo punto da considerare pressoché abusivi.

Di contenuto sostanziale e anche denso di significato civile il rilievo sulla procedura di comunicazione da parte dell’amministrazione. La partecipazione dei singoli soggetti al procedimento, affermano i giudici, non è solo un pronunciamento astratto. Il procedimento «ablatorio», cioè i diversi passaggi per l’esproprio dettato da pubblica utilità, non può considerare i proprietari soggetti passivi, ma questi possono e devono intervenire anche con loro proposte. La Sis, ha sostenuto Millefiori, era portatrice di una proposta alternativa che avrebbe sanato un problema ambientale e paesaggistico. Purtroppo, non ha potuto formalizzare la sua proposta perché l’amministrazione regionale non ha informato in modo accurato e completo l’interessato. Difesa di un interesse e miglioramento di un’opera non sono alternativi. Un principio avanzato in una vicenda che sa di vecchio e di pasticcio, in un corto circuito finale tra interessi, cattiva amministrazione e sentenze tombali.

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