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Crac Banca delle Marche soldi passavano da Bari sequestri a Davide Degennaro

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BARI - Il nodo di tutto sono una serie di operazioni da 15 milioni per un’attività immobiliare triangolata tra Bari, Roma e le Marche. L’accusa, invece, è di corruzione tra privati: soldi che due imprenditori avrebbero dato a un banchiere già indagato per il disastro di Banca Marche. Per questo ieri la Procura di Ancona, in uno stralcio dell’inchiesta madre, ha notificato un avviso di conclusione delle indagini all’ex direttore generale dell’istituto, Massimo Bianconi, e a due immobiliaristi molto noti in Puglia: il bolognese Vittorio Casale e il barese Davide Degennaro (presidente di Interporto Puglia).

Insieme all’«avviso», il Nucleo di polizia tributaria della Finanza di Ancona ha eseguito una serie di sequestri cautelari che hanno colpito anche l’imprenditore barese per circa 3,5 milioni di euro (riguardano quote societarie e una autovettura). La vicenda, in realtà già nota, riguarda un affare che società riconducibili a Casale e Degennaro avrebbero condotto a Roma con i soldi di Banca Marche e di Tercas, altro istituto finito nella bufera e poi salvato successivamente dalla Popolare di Bari.

Bianconi, secondo il documento firmato dal procuratore Irene Bilotta e dai pm Serena Bizzarri, Andrea Laurino e Marco Pucilli, «a seguito di dazione di denaro da Casale Vittorio» avrebbe «indotto gli organi della banca a concedere in breve tempo linee di credito in mancanza delle condizioni». Accusa molto simile a quella contestata a Degennaro, che avrebbe garantito a Bianconi «denaro e altre utilità attraverso operazioni finanziarie».

L’operazione è piuttosto complessa e riguarda l’acquisto di una palazzina (sequestrata ieri insieme a conti correnti ed altri immobili tra Roma, Bologna e le Marche) in via Archimede 96 a Roma, al quartiere Parioli. In cambio dei finanziamenti alle proprie società da parte di Banca Marche, Casale avrebbe venduto alla società Archimede srl, riconducibile a familiari di Bianconi, la palazzina romana di proprietà della sua società Immofinanziaria. Archimede avrebbe ottenuto i soldi necessari (un mutuo di circa 7 milioni) da Tercas, e contemporaneamente avrebbe incassato il fitto da una seconda società di Casale garantendo così un reddito alla famiglia Bianconi. Successivamente, il palazzo sarebbe passato di mano da Archimede a società riconducibili a Degennaro (Sinpa e Italfinance).

L’inchiesta madre conta ad oggi 37 indagati, tra i quali un altro imprenditore pugliese alle prese con un importante fallimento. La Procura deve chiarire le cause di un buco da oltre 500 milioni di euro maturato dal 2006 al 2012, e procede - tra l’altro - per le ipotesi di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. Il perno dell’indagine è appunto l’ex direttore generale Bianconi, ma secondo la Finanza avrebbe un ruolo centrale anche Casale.

L’immobiliarista bolognese, arrestato nel 2011, è stato poi condannato a 4 anni per la bancarotta fraudolenta della società Operae: anche in quel caso si trattava di operazioni immobiliari con finanziamenti bancari. [m.s.]

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