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Racket degli accattoni nuove indagini a Bari

BARI - Dopo il blitz della Polizia mesi fa in una stalla-prigione, individuati nuovi filoni di indagine. Siamo di fronte ad un racket che prospera sugli accattoni e sui diseredati e che non si fa scrupolo di costringere gli anziani a chiedere l’elemosina, i disabili a mendicare, a esporre le proprie membra deformi, moncherini, gambe zoppe, prova di una esistenza disgraziata. 
Racket degli accattoni nuove indagini a Bari
LUCA NATILE
BARI - L’industria della «falsa» carità sotto inchiesta. Non si fermano le indagini sul racket degli accattoni. Dopo il blitz della Squadra Mobile che lo scorso novembre fece irruzione nelle stalle di via Oberdan (di proprietà del boss di Japigia Savinuccio Parisi e incendiate pochi giorni dopo) arrestando due kapò bulgari di etnia Rom e liberando dal giogo della schiavitù finalizzata all’accattonaggio diversi migranti bulgari, gli investigatori hanno ripreso a lavorare individuando nuovi filoni di indagine. Siamo di fronte ad un racket che prospera sugli accattoni e sui diseredati e che non si fa scrupolo di costringere gli anziani a chiedere l’elemosina, i disabili a mendicare, a esporre le proprie membra deformi, moncherini, gambe zoppe, prova di una esistenza disgraziata. 

I due bulgari smascherati dalla polizia si procuravano il «capitale umano» tornando periodicamente nella madrepatria. Arruolavano persone disabili o vecchi mendicanti e con false promesse di lavoro le accompagnavano prima in Grecia e poi in Italia. Giunte a destinazione, le privavano dei documenti, costringendole a mendicare. 

Il racket degli schiavi-accattoni a Bari ha molte facce, molti camuffamenti. A muovere le fila di questo mercato ci sono gruppi e organizzazioni differenti che hanno fatto della carità un business. Difficile contarle: tre, forse quattro. Ingaggiano «manodopera» soprattutto da Bulgaria, Romania, Georgia e la collocano sulla strada in Italia, in Spagna, in Francia. Bari rientra nel circuito delle città in cui questa nuova forma di schiavismo ha messo radici.

I nuovi negrieri controllanno il territorio; scelgono con cura gli incroci, le piazze, i luoghi della questua. Evitano accuratamente le sovrapposizione. I «kapò» accompagnano ogni giorno sul «posto di lavoro» i membri di questa specie di corte dei miracoli, fatta di diseredati, barboni, invalidi, inabili, vecchi e giovani. Tornano verso sera per caricare quei disperati sulle loro auto e gli rovistano nelle tasche. Se la questua è stata magra il ritorno a casa (un alloggio di fortuna) è accompagnato da punizioni corporali.

Le vittime si piegano alle regole dei loro aguzzini per paura, per rassegnazione o per pagare un debito contratto quando i loro persecutori li hanno portati nella «terra promessa» con l’illusione di una vita migliore. Sono vittime ma a volte si comportano da complici. Organici al sistema.

L’omertà è una delle regole della strada e in assenza di denunce è difficile dare corpo ai sospetti. Nuove attività di indagine, dicevamo, stanno ricostruendo i contorni di questo racket. Un lavoro paziente, certosino attraverso il quale gli investigatori stanno mettendo insieme, come tasselli in un mosaico, una serie di indizi raccolti ai semafori, agli angoli delle strade, agli ingressi dei sottopassi ferroviari. Dopo il blitz di novembre gli accattoni sono tornati agli incroci principali di via Amendola, via Caldarola, via Napoli, via Capruzzi. Sembrano darsi il turno con mendicanti «ordinari», poveracci che per muovere a pietà gli automobilisti e racimolare qualche centesimo si fingono storpi. Terminata la giornata, messi da parte stampelle e finte protesi, tornano miracolosamente sani. Si dividono la strada con lavavetri, piccoli venditori ambulanti di calzini, parcheggiatori abusivi, sciuscià. Cercano di non pestarsi i piedi. Sono africani, europei, mediorientali, arabi. Vengono dal Niger, dal Ghana, dal Sudan, dal Senegal, dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Siria, dall’Iran, dall’Iraq. Ci sono anche gli italiani.

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