Pino Daniele addio «Nero a metà» ?ispirato da una storia barese

di ALBERTO SELVAGGI

BARI - Ero anch’io lì come un giovanissimo uccello appollaiato sul loggione del Teatro Petruzzelli, con gli altri 630 a riempire il ferro di cavallo, e anche dietro i tendoni pesanti, con i musicisti, in quel 1980, grande battesimo di un Pino Daniele esordiente già grande.

Avevo già visto la sua faccia imbiancata da schiuma da barba sulla copertina del secondo disco in casa di amici comunisti freak spinellari, frequentatori del Giardino, ovvero la piazza Umberto che fu il paradiso della sinistra alternativa di Bari. E lo rividi sul palco, a snocciolare il suddetto vinile e anteprime del successivo Nero a metà. Titolo ispirato anche, ma nessuno lo sa, all’autobiografia Nero di Puglia di Antonio Campobasso, nato nel 1946 a Bari da ragazza madre pugliese e padre nero americano, vissuto tra il riformatorio, Triggiano, Giovinazzo. «Un libro bellissimo», disse il cantautore, «una storia assimilabile a quella del mio amico James Senese», suo sodale al sax. Un legame nel legame musical-letterario tra il capoluogo pugliese e quello campano.

Il suono che emergeva dalle profondità era talmente onnicomprensivo che saziava anche il palato di chi, imberbe, era partito direttamente con le esplorazioni di Sun Ra, Stomu Yamashta, del free mediterraneo di Gato Barbieri, saltando a piè pari i generi più frequentati. Rientrava pertanto fra i prodotti universali: piace a Riccardo Muti, piace alla estetista intenta a limare. Sulle assi del Petruzzelli macchiate dagli occhi di bue rossi, blu, gialli, si muovevano esponenti della ineguagliata scuola «Neapolitan Power», nati dall’onda dello sperimentalismo che fondeva tradizione locale e dinamicità americana (il «tarumbò», tarantella blues), dalla campagna infetta dei Napoli Centrale alle pentole risonanti di Tullio De Piscopo. E ne intonavano la sintesi cantabile.

Daniele durante le prove a Bari svisava sulla Fender Stratocaster e sulla Gibson 175, due monoliti della chitarra. Camicia bianca, si specchiava con compiacimento negli occhi degli infiltrati. Mi fissò mentre arpeggiava un SI dim., ma francamente non mi fece alcun effetto. C’erano già alcune groupie, ragazze pronte a vezzeggiare la band; una riccia nera si fece avanti: «Ciao, sono Teresa» «Ah, ciao». Gigi De Rienzo, bassista efficace, si dimenava nella corsa sambata della splendida Chillo è ‘nu buono guaglione, ma espresse una certa ironia con lo sguardo nel suonare canzoni che mortificavano le sue ambizioni pastoriusane. In concerto sorrise voltandosi verso me e l’amico Luigi C. sulle quinte al mio fianco, ma restammo ieratici. James Senese e Pino ostentavano volgarità di popolani estremisti che non erano in realtà. Si usava così. «Nìre» a metà.

Le esibizioni furono a dir poco eccellenti; l’amalgama straordinario, perché tutti credevano nelle stesse cose e le sentivano: tastiere, Ernesto Vitolo, Mauro Spina alla batteria, percussioni Rosario Jermano. L’estro creativo del «periodo napoletano» di Daniele montava verso lo zenit. Concentrato in quegli anni, non avrebbe più generato miracoli: i dischi che hanno stravenduto in tempi più o meno recenti sono meri prodotti altamente professionali. Basta. Pino e James regalarono una versione incendiaria di A me me piace ‘o blues, rispetto alla quale le riletture recenti fanno pietà. Rientrarono nei camerini abbracciati bestemmiando di gaudio napoletano, come operai veri al Natale in fabbrica. Bis, una già orecchiata, infinita Napule è, sulla quale Pino salutò con manina paraculante, consapevole di avere conquistato anche la nazione di Bari.

Più tardi mi capitò di parlare di lui, più che altro ascoltando, con Renzo Arbore, suo pigmalione e contro il quale Pino Daniele aveva svelenato; ci era rimasto male. Poi con il grande Enzo Gragnaniello e con Antonio Onorato. Poi con Joe Amoruso, geniale creatore del suo sound nell’apoteosi artistica e commerciale: soggiornò a casa mia a Polignano a Mare per una settimana, mi parlava delle difficoltà di investimento di Pino il magnate che acquistava e ristrutturava manciate di ville e di case un po’ qui e un po’ là. Poi con Enzo Avitabile. Ma non ho spazio per raccontarvi i suoi cavoli.
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