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POTENZA – Matteo Galatti – uno dei tre medici dell’Ospedale San Carlo di Potenza, arrestati ieri nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica - "guardava inebetito, spaventato" quanto stavano facendo gli altri cardiochirurghi durante l’intervento che, il 28 maggio 2013, ha portato alla morte della paziente, avvenuta poco dopo l'inizio dell’operazione, proseguita tuttavia per altre sette ore
LA CRONACA DI IERI E GLI ARRESTI
Malasanità a Potenza Il gip: «Quel medico guardava spaventato» «Non è morta mentre operavano»
POTENZA – La famiglia di Elisa Presta – la donna di 71 anni morta nel 2013 durante un intervento nell’ospedale San Carlo di Potenza – "è massacrata nel rivivere questa tragica storia", e ha espresso "l'esigenza di vivere in modo riservato la vicenda in attesa degli esiti giudiziari". A parlare è l’avvocato dei familiari della donna, Roberto Laghi.

Dall’inchiesta coordinata dal pm Anna Gloria Piccininni e che ha portato all’arresto di due cardiochirurghi, Matteo Galatti e Michele Cavone, e del primario del reparto di Cardiochirurgia, Nicola Marraudino, tutti ai domiciliari – stanno infatti emergendo particolari drammatici, che riportano alla memoria quanto accaduto il 28 maggio 2013. La donna entra in sala operatoria poco prima delle 9 per la sostituzione di una valvola aortica. La opera Galatti, in servizio dalle ore 20 del giorno precedente. E quindi non doveva essere lì, perchè aveva fatto il turno di notte. Ma secondo il gip Amerigo Palma "è stato costretto" a esserci "per ordine del primario", per sostituire un collega in ritardo – Fabrizio Tancredi (indagato dalla Procura) – e "non potrà giustificare quanto accaduto invocando a sua difesa" tutto ciò.

Nei primi istanti dell’intervento qualcosa va storto. Una delle "manovre" provoca una forte emorragia che "verosimilmente" causa il decesso della paziente. Il primario – che, attraverso i suoi avvocati, ha detto che "non risponde affatto al vero che la paziente fosse morta nelle prime fasi dell’intervento, nè tantomeno che l’operazione sarebbe proseguita al solo scopo di nascondere l’accaduto" – arriva in sala operatoria, e prosegue l'intervento su una donna "che presentava parametri ormai incompatibili con la vita", scrive ancora il gip, "con l’intento di coprire proprie e altrui responsabilità, e quindi di eludere eventuali successive investigazioni". Tanto da restare in sala operatoria ancora per altre sette ore, per poi portare la paziente, ormai morta, in Rianimazione.

Il primario modifica anche il registro operatorio, per evitare che quanto accaduto venga alla luce. Ma un esposto anonimo, inviato alla Procura a novembre del 2013, fa avviare le indagini. Il gip, nelle 21 pagine dell’ordinanza, riporta le parole con cui Cavone racconta al collega Fausto Saponara alcuni particolari dell’operazione, ignorando che nella stanza ci sia un microfono acceso: Saponara, per il giudice, sarebbe l’autore di tre registrazioni audio (poi consegnate al sito web "Basilicata 24"); il chirurgo, però, ha più volte smentito, anche pubblicamente, questa circostanza. Cavone nell’audio fa riferimento a Marraudino, ripetendone le parole durante l'operazione: "Io gli faccio l’intervento e poi diciamo che è morta per una complicanza" e, sempre riferendosi a Marraudino, nella registrazione inoltre specifica che "si è portato Galatti dalla sua parte: dovesse succedere, testimonierà dalla sua parte".

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