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TARANTO - «La tematica dell’amianto, pur profondamente conosciuta da tutti i vari ceti aziendali e quindi da tutti gli imputati, non ha mai superato il piano dell’oralità» perché nessun dirigente Italsider o Ilva «ha mai adottato un provvedimento concreto volto a migliorare le condizioni di lavoro legate all’amianto». È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale il 23 maggio scorso il giudice Simone Orazio condannò 27 ex dirigenti del siderurgico
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TARANTO - «La tematica dell’amianto, pur profondamente conosciuta da tutti i vari ceti aziendali e quindi da tutti gli imputati, non ha mai superato il piano dell’oralità» perché nessun dirigente Italsider o Ilva «ha mai adottato un provvedimento concreto volto a migliorare le condizioni di lavoro legate all’amianto».

È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale il 23 maggio scorso il giudice Simone Orazio condannò 27 ex dirigenti del siderurgico nel processo per la morte di 28 operai affetti da mesotelioma pleurico contratto per l’esposizione all’amianto presente nello stabilimento. Tra le condanne, spiccano quelle nei confronti di Fabio Riva, ex vice presidente del gruppo industriale da oltre un anno a Londra in attesa di estradizione condannato a 6 anni di reclusione, degli ex direttori Luigi Capogrosso (6 anni), Sergio Noce (9 anni e 6 mesi), Attilio Angelini (9 anni e 2 mesi) e nei confornti di Girolamo Morsillo e Giambattista Spallanzani (9 anni).

Nelle 268 pagine depositate ieri, il giudice Orazio scrive che «questa situazione di consapevole e lucida omissione si è perpetrata per decenni essendo sotto gli occhi di tutti, nel senso che l’inerzia è stata maturata e voluta sia da coloro che avevano ruoli operativi e che pertanto erano a conoscenza delle inaccettabili condizioni in cui costringevano a lavorare i dipendenti, sia da parte di color che avevano responsabilità manageriali, gestionali e di controllo finanziario, data l’assenza di alcuno stanziamento alRiguardo». Tutti sapevano, insomma, ma nessuno si è attivato. Non solo. Per il magistrato, «gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati proprio perche essi avrebbero determinato una palingenesi dell’attività produttiva, uno stravolgimento degli impianti e l’investimento di notevolissime somme di denaro». Insomma, minimo sforzo e massimo guadagno.

«La mancata predisposizione delle cautele in questione - si legge infatti nella sentenza - - non è da attribuirsi a mancanza di liquidità da parte dell’Ilva, ovvero ad una sfavorevole congiuntura economica, oppure, ancora, ad una riduzione dell’attività produttiva» dato che solo nel 2007 I’utile registrato dall’Ilva è superiore ai 300milioni di euro. E anche nella bonifica dell’amianto presente «in ogni angolo» dello stabilimento, dal processo è emerso che questa «era avvenuta attraverso la tecnica della cosiddetta “glove bag”, adeguata solo per l’asportazione di piccole quantità di amianto e quindi non certo indicata per le esigenze dell’Ilva, tenuta a rimuovere mlgliaia di tonnellate di amianto». Una tecnica selezionata dai dirigenti del siderurgico perché «era più economica e più rapida poichè consentiva - sottolinea il giudice Orazio - l’effettuazione dell’intervento senza bloccare il ciclo produttivo, sicche si apprezza per l’ennesima volta come le scelte dell’llva in materia di Iotta all’amianto fossero improntate al piu rigoroso risparmio, ulteriormente dimostrato dalla scarsa competenza e professionalita delle ditte a cui veniva commissionata Ia bonifica».

Insomma, una «discutibilissima politica aziendale tenuta dall’llva» che è stata la causa degli omicidi colposi, ma anche del «disastro ambientale» per il quale lo stesso giudice ha condannato alcuni imputati. «Quanto alla portata del disastro, si è gia visto che esso concerne tutta Ia popolazione di Taranto e dei comuni limitrofi, complessivamente pari a quasi trecentomila abitanti», ma è evidente che questo rischio è maggiore per gli operai, costretti ad un micidiale «cocktail» di agenti nocivi come gli idrocarburi policiclici aromatici che agiscono come moltiplicatori dei danni causati dal solo amianto.

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