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BARI - «L’Europa ci chiede di produrre il 20% di energia rinnovabile entro il 2020. La Puglia ha doppiato l’obiettivo 8 anni prima del termine, con enormi costi per il proprio territorio. Adesso però serve un elemento di rottura». Insomma, dice il governatore Nichi Vendola lanciando un appello al governo Renzi, così non si può più andare avanti
Vendola: abbiamo già dato basta eolico e fotovoltaico
di MASSIMILIANO SCAGLIARINI

BARI - «L’Europa ci chiede di produrre il 20% di energia rinnovabile entro il 2020. La Puglia ha doppiato l’obiettivo 8 anni prima del termine, con enormi costi per il proprio territorio. Adesso però serve un elemento di rottura». Insomma, dice il governatore Nichi Vendola lanciando un appello al governo Renzi, così non si può più andare avanti: «Senza drammatizzare, oggi siamo in tempo per dire che va aperta un'altra fase. Non è più il momento di stimolare, oggi è il tempo di contenere una crescita divenuta insostenibile. È un problema di cui sarà giusto investire maggioranza e Consiglio regionale, oltre che chi - come la Sicilia - ha lo stesso problema. E in questo il governo deve interpretare il proprio ruolo, altrimenti dovremo valutare anche atti forti.Presidente Vendola, iniziamo dal quadro generale.

Come giudica la politica energetica italiana?

«In Italia non è mai esistito un dibattito consapevole e trasparente sulle questioni dell'energia. La politica è ciclicamente segnata da campagne che definirei terroristiche sul rischio di un imminente black-out, campagne in qualche modo sollevate dalle principali lobby come arma di pressing per sdoganare di volta in volta progetti presentati come strategici se non addirittura salvifici. Il ragionamento dovrebbe invece partire da una ricognizione seria e puntuale del fabbisogno del popolo italiano, e dovrebbe indicare con nitidezza gli obiettivi e il cronoprogramma per il raggiungimento dell'autonomia energetica del Paese».

L’Italia negli anni Sessanta si era innamorata del nucleare, all’epoca indicato come soluzione al problema dell’indipendenza energetica. Oggi si dice la stessa cosa delle energie rinnovabili. Rischiamo, secondo lei, che finisca allo stesso modo?

«L'abbandono del nucleare è stato più subito che scelto dalle classi dirigenti anche perché pareva che l'alternativa fosse il ritorno alla candela. Poi siamo entrati nell'epoca delle rinnovabili senza una cultura della pianificazione e della regolazione. E, al di là della soglia percentuale indicata dall'Unione Europea, ci siamo entrati malissimo perché ad un quadro di deregulation abbiamo aggiunto gli incentivi a pioggia alle imprese».

E qui veniamo al tema: la corsa agli incentivi ha fatto sì che la Puglia sia diventata il primo produttore italiano di eolico e fotovoltaico. Ma senza che questo abbia portato alcuno degli auspicati vantaggi per il territorio.

«In questi anni la Puglia ha provato, a più riprese, e sempre invano, a porre il tema di una regolamentazione utile non solo per la difesa del paesaggio ma anche per la tutela di insediamenti produttivi di qualità. Abbiamo provato con la moratoria dell'eolico che ci è stata bocciata dalla Corte Costituzionale, abbiamo fatto una legge di regolamentazione e poi un regolamento: tutti e tre ci sono stati bocciati per la stessa ragione, cioè che non abbiamo competenze, nonostante per tre volte avessimo provato a supplire alla vacanza legislativa dello Stato. Basti considerare che le linee guida nazionali previste dal Decreto 387/2003 sono arrivate con 7 anni di ritardo in un quadro in cui la politica energetica nazionale è una scelta delegata ad alcuni gestori dell'industria elettrica».

Perché poi, alla fine, quegli incentivi ai produttori li paghiamo tutti quanti.

«Infatti periodicamente le associazioni dei consumatori denunciano l'indecifrabilità della bolletta elettrica, in cui non si spiega con chiarezza che stiamo sopportando pesantemente il costo del decommissioning nucleare. In bolletta non si capisce quanta sia la ricchezza che trasferiamo dai contribuenti alle compagnie petrolifere. I cittadini, sotto la voce Cip6, hanno sostenuto e finanziato gli investimenti delle grandi aziende nella termovalorizzazione e gli incentivi all'industria del rinnovabile».

Tutti questi soldi, oltretutto, non sono serviti a modernizzare l’infrastruttura di trasmissione: dal punto di vista dell’energia, la Puglia è come il casello di Riccione a Ferragosto...

«La rete elettrica di trasmissione è un colabrodo, una infrastruttura arcaica che non solo non consente la conservazione del surplus ma che crea spreco, dissipazione e criticità: i nostri dati parlano di un 18% di perdite, più dell'energia prodotta da una centrale nucleare».

Nonostante questo, però, nei primi anni della sua giunta c’è stato un obiettivo favore per l’installazione dei parchi eolici e fotovoltaici...

«Sì, perché era un modello di sviluppo nuovo. Il rinnovabile non è solo un nuovo segmento economico, né un settore collaterale rispetto ai carburanti fossili: dovrebbe costituire un alternativa. Ma se lo Stato rinuncia al suo ruolo di regolatore, questi sono i risultati. Bisognava suscitare la domanda, non proteggere l'offerta: energia pulita per gli edifici scolastici, come sta facendo la Puglia investendo i fondi europei, e generazione diffusa. Non mega-centrali, ma un pannello solare in testa a ogni famiglia e su tutte le tettoie delle aree di parcheggio. Serviva un nuovo rapporto tra energia e democrazia, invece abbiamo avuto solo incentivi a pioggia - pagati con le bollette dei cittadini e delle imprese - e una pioggia di azioni di risarcimento per i ritardi nelle autorizzazioni».

Insisto: forse ce ne accorgiamo troppo tardi.

«Noi abbiamo creduto nelle rinnovabili, abbiamo investito energia politica e di gestione. È accaduto tuttavia che questo investimento, giocato su un terreno drogato dagli incentivi e sottratto alla capacità regolativa della Regione, abbia determinato una spinta molto più potente rispetto a quanto potevamo immaginare. È giusto, oggi, constatare con amarezza che le politiche di incentivazione e i ritardi regolatori che permangono tuttora hanno lasciato esposti proprio i territori più generosi verso le rinnovabili».

Cosa non ha funzionato?

«È mancato l'elemento di sinergia, perché lo Stato ha fatto sì che gli interessi industriali siano risultati prevalenti rispetto alla tutela del territorio. Oggi la Puglia ha il primato di produzione italiana sia nell'eolico che nel fotovoltaico, ma questo primato determina enormi costi di infrastrutturazione, che ricadono sulla tariffa elettrica, e impatti territoriali notevolissimi. In Italia nel rinnovabile ci sono Regioni che hanno dato e Regioni che non hanno dato. Ora, la Puglia - che ha dato, e tanto - non può più pagare in bolletta incentivi e investimenti sulla rete».

La legge dice però che tutte le Regioni devono contribuire agli obiettivi di produzione di energia rinnovabile. E nessuno può sottrarsi a questo principio.

«I criteri di burden sharing sono insufficienti. L'Europa ha posto un obiettivo medio di copertura da fonte rinnovabile nel 2020 pari almeno al 20%? Bene. La Puglia è arrivata al 40% già nel 2012, e lo scorso anno siamo cresciuti ancora. È giunto il momento di mettere un tetto. Senza drammatizzare, oggi, siamo in tempo per dire che si apre un'altra fase in cui dobbiamo agire in maniera più drastica, chiedere che il governo interpreti appieno il proprio ruolo, e - in mancanza - valutare anche atti forti».

Detto questo, però, le numerose inchieste giudiziarie di questi anni hanno dimostrato che non tutto ha funzionato anche negli uffici degli enti locali. Non sempre chi doveva controllare ha controllato.

«La Regione, travolta dalla numerosità delle domande, si è dovuta concentrare sul rilascio delle autorizzazioni per evitare di incorrere nelle azioni di risarcimento del danno, e non si è invece dedicata a un’attività indispensabile come il controllo delle autorizzazioni già rilasciate per verificare con attenzione proprio le criticità emerse negli anni. Parliamo delle Province: non tutte procedono correttamente nella valutazione degli impatti cumulativi. Infine i Comuni: le autorizzazioni semplificate per gli impianti fino a 1 MW, previste da una norma oggi cancellata dalla Consulta, non sono state né sufficientemente monitorate, né per la maggior parte censite. E spesso sono state utilizzate per eludere i controlli».

Che cosa intende fare?

«Cominciamo con una delibera che contiene un’azione, in particolare sulle Province, perché le valutazioni siano quanto più possibile omogenee tra loro e rispettino tutta la normativa in essere».

Spieghiamo con un esempio.

«Ci sono Province, come Foggia, dove in sede di Via non si tiene in debito conto o comunque si sottovaluta l’effetto degli impatti cumulativi. Installare un parco in una porzione di territorio vergine non è la stessa cosa che installarlo in un territorio dove ce ne sono già uno, due o anche dieci».

Ma se serve un tetto alla produzione, bisognerà discuterne a Roma con il ministro dello Sviluppo economico.

«Noi faremo un tentativo per sollecitare il governo a un intervento-calmiere. Ma questo sarà un problema di cui sarà giusto investire anche la maggioranza e il Consiglio regionale. Tuttavia, per evitare che in Consiglio regionale arrivi un ennesimo provvedimento dal sapore di incostituzionalità, è necessario che il governo nazionale si renda conto di quanto è accaduto in questi anni. Lo sviluppo delle rinnovabili è stato assolutamente diversificato tra Regione e Regione, anche per via della diversa capacità attrattiva dei vari territori, quindi oggi il problema non è tanto di stimolo quanto di contenimento. Non è un caso che come la Puglia, anche la Sicilia in questi giorni abbia cercato di introdurre una moratoria immediatamente dichiarata illegittima dal Tar. I territori più assediati dagli impianti non possono arrivare alla sovra-saturazione. Si mettono a rischio gli interessi ambientali e, ormai, anche il portafogli dei cittadini».

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