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FOGGIA - La ricostruzione agghiacciante di carabinieri e procura sulla dinamica dell'omicidio di Pasquale Del Grosso avvenuto due mesi fa sulla provinciale Foggia-Ascoli Satriano.  L'uomo fu ferito a fucilate e poi lasciato agonizzante nellasua auto che andava a fuoco. Il movente: una rrchiesta di risarcimento
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FOGGIA - Pasquale Del Grosso era ancora vivo quando la sera del 16 gennaio scorso i due assassini, dopo averlo gravemente ferito con alcune fucilate, bruciarono corpo e auto della vittima. Anche questo particolare «agghiacciante» - per rifarsi all’aggettivo della Procura - emerge dall’indagine dei carabinieri del reparto operativo di Foggia, coordinata dalla Procura, che 48 ore fa ha portato al fermo di Antonio Menna, 44 anni, nato e residente a Foggia; e del coetaneo Giuseppe Ciocca di Castelnuovo della Daunia.
Sono accuse che in linea edittale prevedono l’ergastolo, quelle contestate dai sostituti procuratori Alessandra Fini e Paola Palumbo nel corposo decreto di fermo eseguito dai carabinieri. Il foggiano Menna (ritenuto colui che avrebbe materialmente fatto fuoco) e il presunto complice Ciocca sono accusati dell’omicidio aggravato dalla premeditazione di Pasquale Del Grosso, 41 anni di Carapelle, imprenditore nel settore dei rifiuti e gestore di un autoparco, avvenuto la sera del 16 gennaio sulla «provinciale 105» Foggia-Ascoli Satriano; di soppressione di cadavere per aver dato fuoco a cadavere e «Lancia Thema» della vittima; del tentato omicidio di Angelo Vitale che era con la vittima e quando udì gli spari scappò per i campi venendo ferito di striscio ad una gamba, con l’aggravante d’aver agito per eliminare il testimone oculare dell’omicidio; e di porto illegale del fucile usato per l’agguato e non ancora trovato.
All’origine del primo omicidio del 2014 in Capitanata ci sarebbe la richiesta di soldi, 10mila euro, avanzata da Del Grosso ai due indagati a titolo di risarcimento per quanto successo nell’ottobre scorso. Tre mesi prima di morire, infatti, Del Grosso subì una perquisizione dei carabinieri di Telese (un paesino in provincia di Benevento) nell’autoparco che gestiva a Orta Nova, in relazione ad un trasporto di concime: la vittima aveva ricevuto una commessa via mail, l’aveva eseguita per conto di committenti foggiani a Telese, ma la merce trasportata era illegale e Del Grosso si era trovato coinvolto nell’inchiesta.
Pasquale Del Grosso, 41 anni e l’amico e coetaneo Angelo Vitale di Orta Nova, la sera del 16 gennaio scorso erano a bordo della «Lancia Thema» della vittima con cui percorrevano la strada provinciale 105, la Foggia-Ascoli Satriano. All’altezza del bivio per Castelluccio dei Sauri in agro di Ascoli, Del Grosso si fermò, scese e si dirsse verso un’altra macchina parcheggiata poco avanti; Angelo Vitale scese a sua volta per un bisogno fisiologico e sentì sparare, scappando per i campi mentre i killer facevano fuoco anche contro di lui, ferendolo di striscio: lo scampato allertò un parente chiedendogli aiuto e con lui avvisò i carabinieri di quanto successo. Poco dopo - erano quasi le 20 - una pattuglia dell’Arma trovò la «Lancia Thema» ancora avvolta dalle fiamme, con sul sedile posteriose un corpo carbonizzato.Ancora vivo? I rilievi della «scientifica» e l’esame autoptico hanno consentito di accertare che Del Grosso fu colpito dalle fucilate nel punto della «provinciale» dove s’era fermato a parlare con gli assassini (sul ciglio della strada vennero rinvenute due cartucce e tracce di sangue); poi i killer caricarono il corpo del moribondo sui sedili posteriori della «Lanca Thema», la spostarono di meno di un chilometro parcheggiandola in un uliveto e diedero fuoco. In quel momento - secondo quanto avrebbero detto i due indagati in un colloquio intercettati dai carabinieri - Del Grosso respirava ancora.
I carabinieri hanno interrogato una decina di testimoni, tra familiari e conoscenti della vittima, individuando il possibile movente. Dai tabulati dei telefonini della vittima si è risaliti ad un’utenza fittiziamente intestata ad un cinese residente a Milano, e da quel cellulare ad altre due utenze intestate a romeni, ma che sarebbero state nella disponibilità degli indagati, Menna e Ciocca, che proprio l’analisi delle celle telefoniche posizionerebbe sul luogo del delitto all’ora dell’omicidio. Una volta individuati i due sospettati, i pm hanno disposto le intercettazioni ambientali, dalle quali sarebbero emersi elementi che - a sentire la campana dell’accusa - li chiamano in causa quali responsabili materiali dell’omicidio. In alcuni di questi colloqui i due indagati avrebbero «confessato» il coinvolgimento nella morte dell’imprenditore.

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