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Lavoro nero: cinquanta braccianti africani fanno vertenza azienda Foggia

FOGGIA – Cinquanta lavoratori africani hanno deciso di ribellarsi e denunciare alla Fai Cisl di Foggia, lo sfruttamento subito, la scorsa estate, nelle campagne da parte dei 'caporalì stranieri e del datore di lavoro foggiano e l’organizzazione sindacale ha avviato le vertenze di lavoro. La scorsa estate erano in 287 a lavorare nei campi di pomodoro di una grossa azienda agricola locale, tra Foggia e l'Alto Tavoliere. "Terminato il periodo della raccolta, spariti nel nulla i due caporali che li avevano illegalmente reclutati, i lavoratori – rende noto la Fai Cisl – hanno denunciato ai carabinieri di San Severo di non aver ricevuto alcun corrispettivo per tutto il lavoro svolto nei mesi di agosto e settembre 2012".
Lavoro nero: cinquanta braccianti africani fanno vertenza azienda Foggia
FOGGIA – Gli schiavi del pomodoro questa volta non ci stanno a subire: denunciano lo sfruttamento nelle campagne del foggiano e in 50, tutti braccianti africani, hanno deciso di fare causa ai padroni, a chi non li vuole pagare, ribellandosi anche ai caporali. Accade ancora una volta in Puglia, la regione dove nel 2011 si è tenuto, a Nardò, nel salento, il primo sciopero in Italia auto-organizzato di lavoratori stranieri – erano in 400 – contro un sistema di sfruttamento basato sul caporalato, per il rispetto del contratto provinciale (previsto per legge) e per essere assunti direttamente dalle aziende. Per questi episodi di riduzione in schiavitù sono imputati, dinanzi alla Corte d’assise di Lecce, 16 persone, tra imprenditori e caporali.

Oggi la ribellione avviene nel foggiano: i 50 lavoratori africani hanno denunciato alla Fai Cisl di Foggia, lo sfruttamento subito, la scorsa estate, nelle campagne da parte dei 'caporalì stranieri e del datore di lavoro foggiano e l'organizzazione sindacale ha avviato le vertenze di lavoro. La scorsa estate erano in 287 a lavorare nei campi di pomodoro di una grossa azienda agricola locale, tra Foggia e l’Alto Tavoliere. "Terminato il periodo della raccolta, spariti nel nulla i due caporali che li avevano illegalmente reclutati, i lavoratori – raccontano i sindacalisti della Fai Cisl – hanno denunciato ai carabinieri di San Severo di non aver ricevuto alcun corrispettivo per tutto il lavoro svolto nei mesi di agosto e settembre 2012". Di fronte al rifiuto di pagare da parte dell’impresa, in questi giorni i braccianti di origine africana si sono rivolti, tramite l’Ufficio Migrantes della Diocesi di Manfredonia e l’Anolf (Associazione nazionale oltre le frontiere) provinciale, alla Fai Cisl di Foggia che ha avviato 50 vertenze di lavoro, tutte già sottoscritte dai migranti, sviluppando i relativi conteggi tariffari, per chiedere all’azienda il pagamento delle spettanze.

"Il datore di lavoro non deve mai rivolgersi ai caporali in quanto l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro sono reato penale, inoltre egli è sempre responsabile di cosa accade nella sua azienda. Di conseguenza, è tenuto ora - affermano il segretario generale della Fai Cisl di Foggia, Franco Bambacigno e il segretario generale territoriale della Cisl, Emilio Di Conza – a corrispondere direttamente a questi lavoratori il dovuto per il duro lavoro prestato nei campi".

"Attraverso questa vicenda bisogna dare un chiaro esempio ed un messaggio di speranza a tutti gli altri lavoratori sfruttati ed umiliati", fanno presente Padre Arcangelo Maira dell’Ufficio Migrantes e Diego de Mita, presidente dell’Anolf.

La vertenza è stata aperta con convinzione dalla organizzazione sindacale perchè "emblematica – dicono i sindacalisti – di un modo di fare imprenditoria, senza il rispetto dei diritti contrattuali e legislativi e della dignità umana, ancora fortemente radicato sul territorio". La Fai Cisl per l’imminente campagna del pomodoro chiede la costituzione di una task force degli organi ispettivi, come avvenuto negli anni passati, per prevenire e reprimere ogni illegalità che possa portare a qualsiasi forma di sfruttamento dell’uomo e del lavoro. Un lavoro che spesso ha fatto emergere nelle campagne pugliesi situazioni disumane: accampamenti improvvisati di braccianti agricoli stranieri in ruderi sperduti, o sulla nuda terra all’ombra degli alberi, uomini privi dei servizi essenziali per la sopravvivenza, come acqua, cibo, medicine.

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