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Appalti Enav, l'inquietante ruolo della bella cugina di Don Cesare Lodeserto al vertice del Regina Pacis

LECCE - Parla sempre più leccese lo scandalo degli appalti Enav. Con il professore Maurizio Caracciolo, di Nardò (arrestato), è stata indagata Natalia Vieru, moglie del cugino di don Cesare Lodeserto, per otto anni al centro delle attività salentine del Regina Pacis. La Vieru è accusata, assieme a Caracciolo, di un aver riciclato i proventi di un lucroso giro di fatture false che portò al crac la società «Arc Trade» a sua volta in affari con Enav e Finmeccanica. Soldi che sarebbero serviti a creare una provvista per le tangenti
Appalti Enav, l'inquietante ruolo della bella cugina di Don Cesare Lodeserto al vertice del Regina Pacis

Passa decisamente dal Salento l’inchiesta «Enav-Finmeccanica» condotta dalla Procura della Repubblica di Roma a colpi di manette.

Col passare delle ore, due leccesi sembrano assumere un ruolo cardine nel domino che sta scuotendo gli ambienti dell’alta borghesia romana e della finanza italiana: si tratta del professore Maurizio Caracciolo, 56 enne di Nardò e dell’intrigante leccese di origine moldava Natalia Vieru, di 40 anni. Lui è stato arrestato e lei indagata nell’ambito del filone che vede tessere la tela di ogni intrigo il commercialista capitolino Marco Iannilli, che è cognato del docente neritino poiché le mogli sono sorelle.

Ventitrè - va ricordato - le persone indagate e dieci quelle arrestate: nei loro confronti sono ipotizzate, a vario titolo, le accuse di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale, emissione di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.

Ovvero i titoli di reato in parte contestati proprio alla coppia leccese. Ma per comprendere il marchingegno è bene procedere per ordine. Dalle attività del docente. Caracciolo era titolare di un conto corrente lussemburghese (formalmente appartenente ad una società che si trova negli Usa) sul quale sarebbero transitate le somme necessarie ad «Arc Trade», società di Iannilli, per «oliare» commesse milionarie con Selex (gruppo appartenente a Finmeccanica), e con l’Ente nazionale di assistenza al volo. Su questo conto sarebbero finiti, per prestazioni mai eseguite, circa un milione e 598mila euro necessari per il pagamento di una tangente. Lo stesso Iannilli - che dalle manette in poi ha deciso di vuotare il sacco - spiega agli inquirenti che la società era un paravento, utile per creare disponibilità finanziarie “pronte all’uso”.

Un “drenaggio”, insomma, delle liquidità della «Arc Trade», recentemente fallita. E qui arriviamo alla moldava, e siamo alla successiva fase del presunto riciclaggio. Il denaro, infatti, viene versato sui conti di una società della quale sono soci proprio Caracciolo (che ne è pure amministratore) e la Vieru: la «Moldova imp soft project».

Sulla carta, la mission dell’impresa è quella di reclutare risorse ingegneristiche nell’est europeo per produrre software ed elettronica innovativa e concorrenziale per l’Occidente.

Ma come si collegano i due? Il «ponte» fra Oriente e Occidente sembra essere rappresentato proprio dalla Fondazione Regina Pacis, attiva da tempo nella Repubblica Moldava. Una presenza rassicurante in un Paese visto come una terra promessa da molti salentini impegnati nel terziario avanzato, che sperano di poter allacciare rapporti commerciali e imprenditoriali con quella realtà in espansione. Gli amici di don Cesare, insomma, hanno carte da spendere in tema di amicizie importanti sulle rive del Mar Nero. E la Vieru, di certo, nella fondazione non è l’ultima ruota del carro. La bionda, infatti, può vantare rapporti consolidati. Alle cronache salentine è nota per una vicenda che ha impegnato a lungo la Procura leccese, lei che è stata a San Foca una delle più strette collaboratrici di don Cesare, all’epoca direttore del centro Regina Pacis.

I fatti la vedono vicina a don Cesare sia per essere la moglie in seconde nozze di Luca Lodeserto, cugino del prete, ma anche per aver lavorato a lungo nel controverso centro di prima accoglienza: dal 2000 fino al 2008, con regolare contratto di assunzione e con un’ottima retribuzione. La collaborazione conosce anche la bufera che investe il sacerdote nel 2005 con una serie di accuse. L’epilogo delle vicende giudiziarie si ha nel luglio dell’anno scorso, esattamente un anno fa, quando i giudici della Corte d’Appello di Lecce (presidente Vincenzo Scardia, a latere Eva Toscano e Cinzia Vergine) confermano la condanna a cinque anni e quattro mesi di reclusione inflitta a don Cesare nel giugno del 2007 dal giudice dell’udienza preliminare Nicola Lariccia. Le accuse contestate al religioso vanno dalla calunnia al sequestro di persona nei confronti di cinque ragazze ospiti del centro, all’estorsione. I fatti sono quelli che nel marzo del 2005 portarono al clamoroso arresto del sacerdote.

Contro di lui ci furono le dichiarazioni di alcune ospiti del centro, quelle accolte nell’ambito del programma di protezione per aiutare le donne che si erano ribellate al racket della prostituzione, che a loro dire sarebbero state private della libertà personale. Nel corso delle indagini emerse che alcune di loro sarebbero state costrette a lavorare nella fabbrica di mobili di Carmiano, ed in caso contrario don Cesare avrebbe vietato loro di uscire dal centro: da qui l’accusa di estorsione. Condanne confermate anche per il cugino Giuseppe Lodeserto e per la moglie, proprio Natalia Vieru, ai quali vengono rispettivamente inflitti 3 anni e 2 mesi e due anni ed 8 mesi.

Da allora le attività di don Cesare si sono spostate proprio nella Repubblica di Moldova, precisamente nella capitale, Chisinau, dove il sacerdote è stato autorizzato ad aprire un centro, la «Fundatia Regina Pacis», che è un’organizzazione religiosa «di pubblica utilità – si legge nella presentazione internazionale della struttura - apolitica e non commerciale, creata dalla diocesi cattolica di Moldavia su proposta dell’Arcidiocesi di Lecce, e si propone di fornire sostegno morale, assistenza e reinserimento a tutti coloro che sono in difficoltà e, in particolare, i bambini soli, uomini e donne bisognose, donne vittime di tratta e moldavi poveri emigrati».

E qui la donna, partita giovanissima per collaborare con lui in qualità di infermiera, ha fatto carriera. Nella cosiddetta «leadership» della Fondazione, cioè nel gruppo di comando, c'è il presidente che è sempre don Cesare, poi ci sono i quattro che costituiscono il consiglio di amministrazione e tra questi c'è proprio l’avvenente Natalia Vieru, detta (sin dai tempi leccesi) “Natasha”.

(La notizia completa sull'edizione della Gazzetta in edicola o scaricabile qui)

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