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BARI - Quattro righe nascoste tra le pieghe del decreto Sviluppo possono dare agli imprenditori un «bonus» da alcuni miliardi di euro. Ma c’è la crisi, ed assumere (e non licenziare) è diventato difficile. E così il governo Monti ha silenziosamente deciso una sorta di colpo di spugna che avrà conseguenze clamorose: niente più controlli sui contributi erogati alle imprese attraverso la legge 488. Un meccanismo che negli ultimi vent’anni ha funzionato così: lo Stato paga, e l’imprenditore si impegna ad investire ed assumere. Adesso la seconda parte del patto è stata cancellata
Legge 488, il governo perdona gli imprenditori
di Massimiliano Scagliarini

BARI - Quattro righe nascoste tra le pieghe del decreto Sviluppo possono dare agli imprenditori un «bonus» da alcuni miliardi di euro. Ma c’è la crisi, ed assumere (e non licenziare) è diventato difficile. E così il governo Monti ha silenziosamente deciso una sorta di colpo di spugna che avrà conseguenze clamorose: niente più controlli sui contributi erogati alle imprese attraverso la legge 488. Un meccanismo che negli ultimi vent’anni ha funzionato così: lo Stato paga, e l’imprenditore si impegna ad investire ed assumere. Adesso la seconda parte del patto è stata cancellata.

La novità è in vigore da un mese esatto, ma ad essersene accorti sono solo i diretti beneficiari. Ovvero quelle imprese che hanno incassato i contributi e che, al momento delle verifiche, sarebbero state chiamate a restituirne almeno una parte. Ora non più. «Le imprese beneficiarie delle agevolazioni - è detto infatti all’articolo 29, comma 1, del decreto legge che il Parlamento ha convertito prima delle ferie - non sono più tenute al rispetto degli obblighi derivanti dal calcolo degli indicatori utilizzati per la formazione delle graduatorie».

Gli «incentivi» sono quelli della legge 488, per la quale - secondo il ministero dello Sviluppo economico, restano da ancora da erogare 800 milioni di euro - ma anche quelli della legge 215/92 sull’imprenditoria femminile. E gli «indicatori» sono i parametri su cui si basavano i bandi per la concessione dei contributi, ovvero - soprattutto - numero di occupati e mezzi propri.

«La disposizione - è detto nella relazione tecnica presentata dal governo a luglio - si rende necessaria poiché gli obblighi sono stati assunti dalle imprese in un contesto economico del tutto diverso da quello dell’attuale situazione di crisi». Insomma, ciò che si è promesso fino ai primi anni 2000 soprattutto in termini occupazionali è oggi difficilmente realizzabile. Vero. Tuttavia le conseguenze della norma (su cui l’ufficio studi della Camera ha avanzato garbate riserve, completamente ignorate) saranno paradossali. Perché si ottiene - secondo gli addetti ai lavori - un generale effetto sanatoria per tutte le imprese che avrebbero dovuto restituire i soldi: anche se la norma esclude «i provvedimenti già adottati», è evidente che chi ha subito la revoca dei contributi prima dell’emanazione del decreto Sviluppo avrà ottime ragioni per farsi restituire i soldi in Tribunale.

La legge 488 è nata nel 1992 per sostituire, di fatto, la vecchia Cassa per il Mezzogiorno. Contributi per artigianato, industria, turismo, ma per tutte le aree svantaggiate italiane e non più soltanto per il Sud. Il tutto con un importante ruolo di verifica affidato (non gratis) alle banche concessionarie, tra cui spicca per importanza l’allora San Paolo di Torino. È andata avanti fino al 2007, quando è subentrato il meccanismo del credito di imposta tuttora in vigore. Nel frattempo, i maggiori beneficiari della 488 sono state le grandi imprese: oltre 200 milioni li ha ricevuti il gruppo Fiat, 82 l'Enel, 98 l'Eni, 65 la Telecom. Ma migliaia di piccole e medie imprese hanno ricevuto negli anni centinaia di milioni di euro tra contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso agevolato. Soldi che lo Stato distribuiva a fronte dell’impegno di investire in prima persona (i «fondi propri») e di mantenere un determinato livello occupazionale per un certo numero di anni.

La storia, e soprattutto le cronache dei giornali, hanno raccontato che non è andata così. Capannoni costruiti e mai aperti, stabilimenti abbandonati, imprenditori del Nord accolti come salvatori del Mezzogiorno e spariti il giorno dopo aver incassato i contributi, insieme alle macchine comprate con i soldi dello Stato e riciclate altrove o rivendute in nero in Albania, Tunisia o Marocco.

Il primato per le frodi ai contributi comunitari spetta - lo dice un recente rapporto dell'Unione Europea - a Calabria e Sicilia, ma non è che in Puglia vada molto meglio. Soltanto lo scorso anno, la Finanza ha individuato truffe sulla legge 488 per 50 milioni di euro: i fondi pubblici destinati a creare economia e nuova occupazione – secondo le verifiche delle fiamme gialle - sono stati usati per acquistare automobili, pagare vecchi debiti, persino per giocare in Borsa, mentre gli investimenti previsti sono rimasti sulla carta, grazie a fatture false e professionisti compiacenti.

Oltre alle conseguenze amministrative, gli imprenditori scoperti a fare giochi simili sono finora stati denunciati per truffa ai danni dello Stato e falso ideologico, e spesso hanno subito il sequestro dei soldi. Ma venuto meno l’obbligo di rispettare gli «indicatori», i contributi sono diventati a fondo perduto. E cade automaticamente anche il reato: il danno e la beffa.

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