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di MAURO CIARDO
LECCE - La conferma è arrivata dall’esito delle analisi effettuate nei laboratori specializzati di Padova: la morìa di cernie nei mari del Salento è colpa di un virus che causa nei pesci un’encefalo-retinopatia. I campioni inviati in Veneto dalla Asl di Lecce per le analisi riguardavano cernie trovate a Leuca e a Gallipoli. «Nessun pericolo per l’uomo - rassicurano gli esperti - ma è consigliabile non consumare esemplari pescati in agonia»
• L'ittiologo: «Allevamenti sicuri evitare allarmismi»
• Sotto accusa le alte temperature
Virus «killer» uccide le cernie nel Salento
di MAURO CIARDO

SANTA MARIA DI LEUCA. «Encefalopatia virale tra le cernie di Leuca e Gallipoli». I risultati dall’Istituto zooprofilattico di Padova sono arrivati venerdì e non lasciano dubbi sulla patologia che ha colpito diversi esemplari di cernia bruna e cernia dorata. Negli ultimi tempi si sono susseguiti gli avvistamenti di esemplari che nuotavano con difficoltà fino ad affiorare sulla superficie dell’acqua, diventando facile preda dei pescatori. Tra Leuca e Gallipoli sono stati prelevati quattro esemplari ancora vivi e in tutti è stato riscontrato il Vnn («Viral nervous necrosis») che ha causato un’encefalo-retinopatia virale. Altri quattro campioni estratti da altrettanti pesci partiranno domani mattina alla volta del Veneto, perché la Asl di Lecce sta monitorando tutto il litorale salentino e le ricerche si stanno spingendo anche negli specchi d’acqua del Brindisino. 

La prima segnalazione sullo strano comportamento di alcuni esemplari di «Epinephelus marginatus» e di «Epinephelus alexandrinus» era arrivata una decina di giorni fa dal sub professionista Gianluca Cassano che, immerso nelle acque davanti a Punta Meliso di Leuca, aveva notato una cernia galleggiare a pelo d’acqua e nuotare disorientata, come fosse cieca. Immediatamente sono stati informati i responsabili del servizio veterinario del Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria salentina, diretto dal dottor Corrado De Notar pietro, e sul posto è intervenuto il veterinario ittiopatologo Pierpaolo Patarnello, che collabora sia con il centro di riferimento nazionale, cioè l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova), che con il laboratorio di biologia marina dell’Università del Salento, coordinato dal professor Antonio Terlizzi. 

«Già dalle prime analisi - conferma Patarnello - avevo espresso il forte sospetto che gli esemplari fossero affetti da questo tipo di malattia, quindi ho inviato i campioni al centro specializzato di Padova. Con la collaborazione di pescatori e subacquei professionisti siamo riusciti ad esaminare diversi esemplari e sottoporli ad analisi virologiche. Purtroppo - prosegue - è arrivata la conferma che si tratta effettivamente di Vnn per tutti i campioni inviati e gli episodi sembrano continuare sia nella zona di Leuca che in quella a nord di Gallipoli». 
Gli esperti puntano subito a dissipare eventuali fobie dei consumatori ma invitano comunque a qualche precauzione. «Chiariamo subito che non si tratta di una zoonosi, cioè una di quelle malattie che gli animali possono trasmettere all’uomo, ma di una patologia che riguarda solo i pesci - rassicura Patarnello - non per questo il fenomeno è da considerarsi meno grave, visto che interessa una delle specie più importanti e delicate del nostro patrimonio ittico. Il consumo delle carni di questi esemplari non è pericoloso se il pesce è appena affiorato e non presenta lesioni – ci tiene a sottolineare –ma è generalmente consigliabile evitare di mangiare pesci catturati mentre sono in difficoltà o comunque affetti da fenomeni patologici». Anche in quest’ultimo caso, tuttavia, non ci sarebbero comunque rischi se il pesce fosse consumato cotto.

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