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di LUCREZIA D’AMBROSIO
MOLFETTA - «Quel manifesto è un pugno nello stomaco». Anna Carnicella, sorella di Gianni, il sindaco ucciso a Molfetta il 7 luglio 1992, non ricorre a giri di parole. Il riferimento è al manifesto con il quale Cristofaro Brattoli, l’assassino, si rivolge ad un anonimo perché dica tutta la verità su quell’omicidio. «Ero già convinta che nel processo la verità non fosse venuta a galla», aggiunge Anna
• Un manifesto choc per annunciare un libro
• Quel maledetto 7 luglio 1992, ucciso per un concero negato
Omicidio Carincella «A 19 anni dal delitto un pugno nello stomaco»
di LUCREZIA D’AMBROSIO

MOLFETTA - «Quel manifesto è un pugno nello stomaco». Anna Carnicella, sorella di Gianni Carnicella, il sindaco ucciso a Molfetta il 7 luglio del 1992, non ricorre a giri di parole. Quel manifesto, apparso in queste ore a Molfetta, attraverso il quale Cristofaro Brattoli, l’assassino di suo fratello, si rivolge ad un anonimo interlocutore perché dica tutta la verità su quell’omicidio, per certi versi rappresenta una conferma, per altri riapre una ferita che sanguina. 

«Gianni – dice – era il piccolo di casa. Oggi avrebbe avuto sessantadue anni ed era una persona onesta». E poi aggiunge. «Ero già convinta del fatto che nel processo a carico dell’assassino di mio fratello la verità non fosse venuta a galla. Io ero in aula. Quella persona cominciò a parlare e stava andando oltre la versione nota, quella del concerto negato come movente dell’omicidio. Ma il giudice lo fermò perché riteneva che l’imputato fosse troppo nervoso. Sta di fatto che l’udienza fu sospesa e quando il processo è ricominciato quella persona non ricordava più nulla, era rientrato in sé». 

E ancora. «Non ho mai creduto alla questione del permesso negato per il concerto. Nessuno tra noi ha mai creduto a questo movente. Ci sono questioni più sporche che ancora non sono venute a galla. La verità è che siamo rimasti soli. Non avrebbero dovuto permettere a questo individuo di continuare a vivere a Molfetta. Mi disturba l’idea che possa avvicinarsi alla tomba di mio fratello, alla fioriera davanti al Comune. Non deve permettersi di farlo. Deve stare lontano. Se potessi fare qualcosa la farei, ma cosa posso fare io se addirittura poi si viene a sapere che a questo individuo hanno concesso autorizzazioni e permessi che neppure ai nostri figli vengono concessi?». 

E con quel manifesto Brattoli anticipa anche la pubblicazione di un libro, un memoriale con nomi e cognomi, un documento utile a ricostruire la verità. «Questo manifesto è un ricatto – dice Anna Carnicella –. Questo individuo vuole avere qualche permesso. Questo individuo fa tutto in funzione dei suoi interessi. Adesso vuole ricattare quel qualcuno perché lui continui a tacere. Non credo al fatto che sia pentito e dispiaciuto per quello che ha fatto. Voglio solo che stia lontano da noi, da mio fratello».

E qualcuno in città ha già provveduto a strappare molti di quei manifesti su cui campeggiano frasi che, evidentemente, infistidiscono molti. «Dopo 19 anni – scrive Cristofaro Brattoli - ho avuto il coraggio di fare il primo passo e adesso aspetto che anche tu ed un’altra persona X lo facciate dicendo solo la pura e semplice verità, tutto quello che non è stato detto quel giorno al processo».
Si rivolge ad uno o più interlocutori anonimi Cristofaro Brattoli e aggiunge «sto agendo perché venga alla luce la pura verità, fermo restando la mia piena responsabilità, bisogna chiarire quello che avvenne in quel periodo e tu sai bene tutto ciò che è avvenuto dopo che io ho fatto il primo passo e per la verità dovresti incontrare don (omissis) e il giornalista (omissis) ma ad oggi nulla hai fatto di tutto ciò».

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