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Infermiera-killer a Lecco: arrestata

All'ospedale "Manzoni" (nella foto): ha confessato di aver ucciso anziani malati terminali. «Volevo sentirmi importante». In corso esami psichiatrici
Lecco - Ospedale Manzoni, qui lavorava l LECCO - Voleva essere più considerata, sentirsi più importante, avere il potere. Una donna di 34 anni, divorziata, infermiera all'ospedale "Alessandro Manzoni" di Lecco, si è preso quello supremo di potere, la possibilità di decidere la morte del suo prossimo. Le sue vittime, cinque sicure, forse sette - ma il sospetto è che possano essere state ancora di più - erano tutte persone anziane, gravemente ammalate, pazienti in fase preterminale, come affermano i medici.
L'infermiera ha confessato di aver ucciso i suoi pazienti con iniezioni di aria. Ma l'eutanasia, almeno secondo quanto lei stessa avrebbe raccontato agli investigatori in una confessione scritta, poco avrebbe a che fare col movente di questi omicidi in corsia, nel reparto di Medicina 1. In casa sua, a Tavernerio (Como), dove Sofia Caleffi convive con un medico dopo aver divorziato quattro anni fa dal marito, un artigiano comasco, l'infermiera aveva anche libri sulla "dolce morte". Ma non sarebbe stata la pietà a spingerla, bensì un' assurda smania di protagonismo frutto di un equilibrio psichico instabile.
Tutto è iniziato, a quanto risulta, nel settembre scorso. E una prima inchiesta era stata avviata all'interno dell'ospedale dalla direzione sanitaria, dopo che erano state constatate alcune morti "strane". Poi, quando i parenti di un' anziana, morta a novembre, si sono presentati ai carabinieri per denunciare le circostanze poco chiare del decesso della loro congiunta, è scattata l'indagine investigativa.
Una circostanza era poi comune a tutte quelle morti: l'infermiera Sonia, in occasione di quei decessi, era sempre presente. Anzi, gli investigatori hanno in breve scoperto che tutto era cominciato nel mese di settembre e che la data coincideva con quella dell'assunzione in servizio dell'infermiera. La donna è stata allora trasferita in un altro reparto, mentre le indagini mettevano sempre più a fuoco i sospetti su di lei.
Oggi, infine, le indagini coordinate dal sostituto procuratore Luca Masini, hanno portato al fermo e alla confessione.
Sonia Caleffi, secondo quanto si è appreso, negli ultimi tempi sarebbe stata in cura per un grave stato di prostrazione e problemi di carattere psichico, seppure risulta che sul lavoro non abbia mai dato segni di sofferenza nervosa. In passato aveva sofferto di anoressia.
E adesso è appunto il passato di Sonia Caleffi ad essere esaminato con grande attenzione dagli investigatori. Il suo privato, ma soprattutto i suoi dieci anni di carriera professionale. L'infermiera, prima di arrivare al "Manzoni" di Lecco, aveva lavorato all'ospedale "Valduce" di Como, struttura privata e convenzionata, di proprietà di una congregazione religiosa.
Dopo la confessione, Sonia Caleffi si troverebbe in un grave stato di prostrazione psichica. Almeno così sostiene il suo legale, l'avvocato Claudio Rea di Lecco che si è subito attivato per fare disporre, in stato di fermo, il ricovero della sua assistita in una struttura idonea. Il pubblico ministero Luca Masini si sarebbe detto favorevole.
L'infermiera ha comunque confessato scrivendo pagine e pagine di suo pugno in una sorta di macabro diario, di aver provocato la morte di cinque pazienti, mentre le morti provocate per embolia gassosa finora accertate, sono quattro. Sulla morte di altri pazienti sono in corso indagini. Nei suoi anni in ospedale a Como l'infermiera non avrebbe mai evidenziato alcun problema particolare sul lavoro.
Quattro anni fa Sonia Caleffi si era separata dal marito, un artigiano della zona, e da un paio d'anni si era trasferita con il convivente, un medico comasco, in una villetta a schiera in una nuova zona residenziale di Tavernerio, alla periferia della città in direzione di Lecco, dove in pochi però la ricordano.

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