Appena misi piede, trent’anni fa, nella sua bella dimora romana, fasciata di libri, ritratti, sculture, a un tiro di schioppo dal Cupolone, Biagia Marniti si affrettò a confidarmi orgogliosa una sorta di culto dei Lari da lei professato conservando oggetti devozionali e simboli apotropaici di tradizione popolare, fra i quali spiccava un grande arazzo raffigurante San Biagio, protettore di Ruvo, la sua città natale, del quale lei stessa portava il nome. E mi ricordava che per anni aveva festeggiato l’onomastico con una messa in casa celebrata dal patriarca Gregorio Hindiè di San Biagio agli Armeni e con la distribuzione dei tradizionali frisellini ad amici «pesanti» come Mario Sansone, Giorgio Caproni, Elio Filippo Accrocca, ospiti scetticamente curiosi della cerimonia. Esattamente come faceva, da ragazza, a Ruvo, e come immaginava si facesse ancora.
Nella sua città adottiva (quella Roma che il titolo di una delle sue prime raccolte poetiche chiama con giovanile ottimismo Città creatura viva), Biagia si è spenta il 7 marzo di cinque anni fa nel silenzio discreto di una vita consumata nella penombra epicurea del «nasconditi vivendo», fra i «ferri» della sua raffinata officina poetica e i paradisi di carta delle più belle e antiche biblioteche romane, delle quali è stata bibliotecaria: dell’Alessandrina, della Vallicelliana, e soprattutto dell’Angelica, a due passi da Piazza Navona, dove molti ancora la ricordano mentre si aggirava nel magnifico salone vanvitelliano, attenta custode di uno straordinario patrimonio librario e delle memorie della più antica e prestigiosa accademia letteraria d’Italia: l’Arcadia. Il che vuol dire essere stata farfalla poetica corazzata di robusta erudizione.
Quello di Biagia è stato, dunque, un viaggio senza ritorno di una donna dalla terra azzurra e solare di Puglia alle plaghe tentacolari della Città eterna; da un balcone adriatico della Murgia barese verso gli impervi e insidiosi crinali del potere culturale della Capitale: un viaggio compiuto avendo per viatico solo le naturali fierezza e ritrosia di una pugliese. Certo, la sua non è storia di disperata emigrazione dei cafoni intabarrati nelle mantelle di fustagno verso le meno avare terre del Nord, ma una premeditata anabasi intellettuale, compiuta durante gli anni ruggenti del fascismo, quando studiare Lettere a Bari era ancora un sogno, e la «Sapienza» romana era per una donna di Ruvo un inquietante fremito di emancipazione non soltanto culturale.
Il suo viaggio si consuma fra gli scenari disperati della guerra e la stagione, gonfia di speranze, del dopoguerra, nel tentativo di vincere l’apatico silenzio della provincia e di sentirsi dentro, complice la città, le ansie palingenetiche di una nuova società fatta di uomini, ma anche di donne, liberi. È, però, anche il viaggio di una donna che pur cercando spazio nel magmatico e infido cenacolo culturale romano, si dà un icastico nom de plume non per mimetizzare la sua identità pugliese,ma per esaltarla. Marniti (al posto dell’anagrafico Masulli), è, infatti, è un sanguigno señhal identitario costruito su un elegante suffisso ellenico e su un litonomo murgiano, la marna, tutta argilla e calcare, irradiata dai chiaroscuri abbacinanti del sole meridiano.
Il «Babington» di Piazza di Spagna, la sala da the prediletta dagli intellettuali di spicco della Roma democratica e resistenziale, diventa così per lei il luogo, mitico e reale insieme, di un’e m p at i a partecipe della città postbellica, nella quale più vive sono le contraddizioni, ma anche più avvertiti i segni di rinascita e gli aneliti alla democrazia e alla libertà; il luogo/non luogo, la città/utopia vagheggiata da Biagia nella inquieta e inappagata adolescenza di regnicola adriatica come terra di conquista di una nuova identità che non occulti l’antica.
È il luogo dell’incontro con Cardarelli, mentre la Sapienza è il luogo dell’incontro con Ungaretti, decisivo del suo farsi poetico. Non a caso il recupero memoriale di quei primi incontri romani era costante narrativa nell’amarcord tessuto da Biagia con l’amabile disincanto di chi rievoca la trepida ricerca dell’agnitio artistica in una nuova terra, il sogno proibito di essere accolta, donna, nei santuari dell’industria editoriale, e ammessa alle liturgie, spesso ferocemente maschiliste, del mercato romano delle lettere.
A quel mercato (me lo ricordò proprio durante la serata finale di un premio Strega, mentre mi additava, ironica, alcuni inossidabili boss delle lettere ingordi di inquadrature televisive), Biagia aveva opposto quella fiera ritrosia («tutta pugliese», aggiungeva) che, a parte l’iniziale exploit mondadoriano (Più forte è la vita entrò nella prestigiosa collana dei «Poeti dello Specchio» anche grazie all’aiuto di un’altra donna, Alba de Céspedes), l’ha per il resto della vita relegata all’aurea mediocrità della piccola editoria.
Forse per questo lo stesso Cardarelli la definì «principessa sveva», e Ungaretti «donna nera», a significarne ossimoricamente la indifesa e aggressiva ritrosia. Forse per questo lei stessa intitolò una sua plaquette La donna senza volto, e Giuseppe Mazzullo la raffigurò in un busto dagli occhi fieri e diffidenti. E forse ancora per questo la storia della sua poesia è storia di un viaggio letterariamente dimidiato tra cadenze parnassiane, filigrane magnogreche e solarità calcaree normanno-federiciane.
Un viaggio che ha un incipit nell’inatteso titanismo femminile di Meridione («Nel mio paese ove tanti nascono negli jusi/e attendono gioia solo fra gli idoli di morte/ e bimbi crescono con paura,/lottiamo ») e un explicit nell’impossibile ritorno alla terra d’origine dell’Ospite: «Sei u n’antica pittura ruvese/ ragazza dal passo altero,/ un pezzo da museo/ nascosto in clandestine strade./ Giorni di giovinezza lontana,/ ignaro bene che più non possiedi/ sei l’ospite attesa, ragazza ruvese».















