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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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L'uomo è nel 47% dell'Amazzonia

Gli uomini e le sue strade hanno già invaso la metà dei 4,1 milioni di chilometri quadrati del bacino idrografico amazzonico brasiliano, percorso da oltre 1.300 fiumi
SAN PAOLO - Di Amazzonia intatta? Ne resta solo poco più della metà. Questo il clamoroso risultato di uno studio satellitare brasiliano condotto sull'occupazione umana del territorio amazzonico, che va ben al di là dei già preoccupanti dati appena annunciati sul disboscamento. Di foresta nativa vera e propria ne resta solo il 46,5 per cento a cui va aggiunto quasi un cinque per cento di vegetazione originale non forestale. Niente più.
Il resto, o perlomeno un 47 per cento tolto il margine di errore dei sondaggi satellitari, è già stato occupato dall'uomo e avrebbe ormai gli anni contati.
I risultati ufficiali di questa ricerca firmata dall'Istituto Brasiliano dell'Ambiente e dell'Uomo dell'Amazzonia (Imazon) verranno annunciati in tutti i dettagli il mese prossimo, ma i dati più impressionanti della ricerca sono già arrivati alla stampa locale. Gli uomini e le sue strade, indicate queste come fattore di maggior rischio per il futuro dell'Amazzonia, hanno già invaso la metà dei 4,1 milioni di chilometri quadrati del bacino idrografico amazzonico brasiliano, percorso da oltre 1.300 fiumi.
«Il problema dell'Amazzonia va ben al di là della frontiera del disboscamento - ha spiegato Carlos Souza, dell'Imazon -. Esiste infatti una zona di transizione già occupata dall'uomo che è quella a maggior rischio di attacco ambientale. Quest'area, quasi quattro volte più estesa dell'altra, sta incominciando ad essere degradata. Per essa passano strade e le sue risorse forestali incominciano ad essere sfruttate in maniera non sostenibile».
Se negli ultimi 30 anni il 10 per cento della foresta è andato in fumo o è stato abbattuto dall'uomo, la costruzione di strade, la penetrazione di imprese per lo sfruttamento del legname, gli scavi minerari e l'occupazione selvaggia attorno ai centri principali, che si estende sempre per un raggio di almeno 20 chilometri intorno, stanno marcando il passaggio dell'uomo in un altro 37 per cento della regione.
Secondo i ricercatori brasiliani è questo il dato veramente preoccupante sul rischio globale amazzonico. Un'informazione che rende ancora più tragica la prospettiva di un'impennata della distruzione nel 2004 che la politica di potenziamento dell'agrobusiness, promossa dal presidente Lula, può portare a punte del più 500 per cento nel Parà e nel Mato Grosso, stati amazzonici più toccati dalla devastazione. Si potrebbe addirittura superare quest'anno il record dei 28mila chilometri quadrati di foresta persa, raggiunto nel 1994.
La ministra brasiliana per l'Ambiente, Marina Silva, figlia di raccoglitori di caucciù e conscia degli enormi problemi della regione, ha tentato di fermare il disastro incalzante creando a sorpresa alcune aree di protezione totale proprio in mezzo al Parà, dove maggiore è l'offensiva di «fazendeiros» (proprietari agricoli e allevatori), contadini «sem terra» e delle infrastrutture pubbliche come dighe e strade, contro la maggiore area verde mondiale. Ma il suo ministero, povero di fondi, deve vedersela con la tendenza diametralmente opposta del ministro dell'agricoltura Roberto Rodrigues, appoggiato decisamente da Lula sulla scia dei risultati di eccellenza raggiunti negli ultimi mesi dall'agricoltura brasiliana (primati in soia, granoturco, caffè, succo d'arancia e carne).
Spauracchio numero uno dell'occupazione umana dell'Amazzonia sembrano essere, per l'Imazon, le strade, in gran parte piste di terra battuta, che si estendono nella regione per una lunghezza di oltre 23mila chilometri, raggiungendo persino riserve indigene come quella dei Kayapò, nella riserva Baù. Lungo la transamazzonica che unisce la capitale del Mato Grosso, Cuiabà, al porto di Santarem sul Rio delle Amazzoni (circa 2.500 chilometri), si sta diffondendo a macchia d'olio la coltivazione della soia, grazie anche ai nuovi terminal portuali che il governatore del Mato Grosso, l'oriundo bresciano Blairo Maggi, ha creato su vari fiumi amazzonici.
I fuochi di calore, che a livello satellitare denunciano gli incendi boschivi appiccati dall'uomo per farsi strada con queste coltivazioni, hanno coperto del 1996 al 2000 in media il 22 per cento dell'intero territorio amazzonico. E per la prima volta una piantagione su larga scala, come quella della soia, è arrivata sulle sponde del Rio delle Amazzoni.
Oliviero Pluviano

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