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A Sharm il mondo chiede pace in Iraq

Venti ministri degli esteri del G8 e di Paesi arabi, più la Cina (membro permanente del Consiglio di sicurezza) e quattro organizzazioni internazionali hanno concluso una conferenza sul futuro dell'Iraq

• Offensiva diplomatica dell'Iran a favore di nuove elezioni in Iraq
• La diplomazia araba apparentemente appannata
SHARM EL SHEIKH (EGITTO) - Mentre una nuova offensiva militare partiva nel Triangolo della morte sunnita, oppositori e sostenitori della guerra in Iraq riuniti per la prima volta fuori dal contesto delle Nazioni Unite hanno dato oggi il loro appoggio alle elezioni il 30 gennaio, chiedendo al governo ad interim una riconciliazione nazionale.
Venti ministri degli esteri del G8 e di Paesi arabi, più la Cina (membro permanente del Consiglio di sicurezza) e quattro organizzazioni internazionali hanno concluso oggi a Sharm el Sheikh, sulle rive del Mar Rosso egiziano, una conferenza sul futuro dell'Iraq, chiesta dagli iracheni e voluta dagli americani, per ottenere un sostegno internazionale a un processo politico, minato ogni giorno da decine di morti e violenze.
La dichiarazione finale in 14 punti, approvata oggi, ricalca nella sostanza il piano di transizione democratica della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu 1546 del giugno scorso, ma vi aggiunge contenuto politico. Arabi e occidentali, sunniti e sciiti, filo americani o europeisti, pro o contro la guerra, hanno deciso di essere uniti nell'appoggiare un governo ad interim non molto stimato se non criticato per l'intervento armato a Falluja, implicitamente, come ha fatto il segretario generale dell'Onu Kofi Annan nel suo intervento, o apertamente, come nelle parole del ministro degli esteri siriano Faruk al Sharaa. Combattere il terrorismo è «un diritto e un dovere», ha detto Annan, «ma dovrebbero (le autorità irachene) tener conto dell'impatto generale che tali azioni hanno sul processo di transizione pacifica». «Non possiamo non sottolineare la necessità di evitare i bombardamenti dei civili, la distruzione di case e l'uccisione di innocenti», ha detto al Sharaa. E anche l'iraniano Kamal Kharrazi si è espresso sugli stessi toni, pur condannando gli attacchi dei ribelli che «prolungano la presenza straniera in Iraq».
Le elezioni il 30 gennaio, annunciate dal governo iracheno il giorno prima dell'apertura della conferenza per fare pressioni mettendo la comunità internazionale davanti a una decisione precisa, sono state accettate - «Nessuno ha chiesto un rinvio», ha detto il segretario di stato americano Colin Powell - pur restando molte le riserve su come e quanto, nelle attuali condizioni di totale insicurezza, potranno essere «generali ed eque», come promesso dal ministro degli esteri Hoshyar Zebari.
Preoccupazione che pur latente, è stata messa da parte davanti alla necessità di «voltare pagina». Se poi la realtà di un conflitto violentissimo e senza remore dovesse imporre una revisione della scelta di oggi, si vedrà. Ma oggi, da Sharm el Sheikh il governo di Iyad Allawi ha incassato una piccola vittoria. «Le elezioni si terranno come stabilito, in qualsiasi situazione», ha detto Zebari, che nel suo intervento con foga si è difeso - «l'offensiva di Falluja è stata una scelta difficile» - e ha attaccato - «i vicini non ci aiutano a combattere il terrorismo... il debito è stato ridotto troppo poco», ha detto facendo riferimento all'accordo di due giorni fa del Club di Parigi che ha cancellato 30 miliardi di dollari, circa l'80 per cento del debito (ma ne restano altri 60 ai Paesi arabi). La conferenza ha condannato gli atti di terrorismo, omicidi e sequestri e ieri l'Iraq ha ottenuto un mezzo impegno dai Paesi limitrofi - Iran, Kuwait, Siria, Arabia Saudita, Giordania e Turchia - per fermare ai confini l'ingresso di combattenti e armi. Una riunione specifica su questo punto si terrà il 30 novembre a Teheran e un'altra ad Amman. Il segretario di Stato americano Colin Powell, che ha incontrato al Sharaa, ha detto che la Siria ha fatto qualcosa «ma può fare molto di più».
La dichiarazione adottata chiede un maggiore impegno per una riconciliazione nazionale, con una riunione «al più presto» di tutte le forze, inclusa l'opposizione sunnita. Il re del Bahrein si è offerto di ospitarla nel suo Paese, ma Zebari ha risposto che il posto giusto è Baghdad.
Il documento, malgrado le speranze di Francia e Paesi arabi, non fissa una data per il ritiro dei 155 mila soldati stranieri e rimanda alla risoluzione 1546, che vagamente indica «su richiesta del governo iracheno o alla fine del processo politico» (prevista per il dicembre 2005), ma sottolinea che il mandato «non è a tempo indeterminato». Zebari ha dichiarato che il contributo della forza multinazionale è essenziale per riportare la stabilità.
«Nelle acque chiare (del Mar Rosso) si specchiano le aspettative per la sicurezza, la pace e la stabilità «, ha detto il ministro degli esteri egiziano Ahmad Abul Gheit che ha auspicato un «ritorno dell'Iraq nella sua famiglia araba».
Ma Gheit ha ricordato che l'Iraq non è scindibile da una soluzione della questione mediorientale, con la nascita di uno Stato palestinese come previsto dalle risoluzioni dell'Onu.
A latere della conferenza, il quartetto (Onu, Ue, Usa e Russia) si è riunito oggi a Sharm el Sheikh, per la prima volta dopo la morte di Yasser Arafat e il giorno dopo l'incontro del segretario di Stato americano Colin Powell con israeliani e palestinesi.
La riunione ha discusso sui mezzi per aiutare lo svolgimento delle elezioni il 9 gennaio, sugli eventuali aiuti finanziari della comunità internazionale, nonchè sui fondi dell'Autorità nazionale palestinese, congelati da Israele. «Siamo tutti incoraggiati (dalle elezioni) - ha detto il segretario generale dell'Onu Kofi Annan - c'è un'opportunità per andare avanti con la Road map anche il governo israeliano è pronto».
Barbara Alighiero

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