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«La lotta al doping sin dall'infanzia»

Convegno a Bisceglie della società ciclistica «Gaetano Cavallaro» con gli esperti Alessandro Donati, dirigente Coni (nella foto), e lo psicologo Fedele Cardinale
BISCEGLIE - Lo sport è un gioco, che può diventare sporco, come ampiamente dimostrato sia nel professionismo sia tra i dilettanti e purtroppo sempre più anche tra gli amatori. Se, poi, ci sono di mezzo i bambini e gli adolescenti, il ruolo degli educatori, che vestono anche i panni di dirigenti, tecnici (e medici) delle associazioni sportive, diventa una missione.
C'è chi ha dedicato una vita per esaltare l'aspetto formativo e sociale dell'attività (la disciplina come strumento di divertimento e di interazione interpersonale per una crescita psico-fisica dell'individuo) e chi ha fatto di più: contrastare una delle piaghe del secolo e i centri di potere più o meno occulti che hanno consentito la diffusione del doping.
Nel convegno "Lo sport nell'età infantile e adolescenziale", organizzato, presso il Centro turistico Mastrogiacomo di Bisceglie, dalla società ciclistica "Gaetano Cavallaro", si è voluto affrontare il tema scegliendo il meglio degli esperti a livello nazionale: lo psicologo Fedele Cardinale e, soprattutto, Alessandro Donati.
Maestro dello sport, dirigente Coni, Donati è stato il grande accusatore del doping di Stato coordinato negli anni '80 e '90 da Conconi, assolto di recente nel processo di Ferrara (ma solo per la prescrizione del reato), colui che ha scientificamente praticato (lo hanno stabilito le motivazioni, con le quali l'accusa ha accolto l'impianto accusatorio) la sperimentazione e la somministrazione di sostanze dopanti agli atleti italiani di punta per il raggiungimento di risultati di prestigio (parliamo anche di titoli olimpici e mondiali).
Ma lo sport professionistico è solo la punta della piramide. In Italia il traffico di sostanze dopanti produce un fatturato che si aggira sui 250-300 milioni di euro. Nel mondo siamo a un giro di affari che raggiunge i 20 miliardi (non c'è errore: parliamo di 40.000 miliardi delle vecchie lire), cui va aggiunto l'indotto (parcelle mediche, costi di pratiche per equilibrare gli effetti del doping) fino a sfiorare i 50 miliardi di euro.
Ma l'origine del fenomeno, in continua crescita, è da ricercarsi alla base. Il microcosmo evidenzia le radici del problema. «Il ragazzino vince una coppetta - afferma Nicola dell'Orco, presidente della "Cavallaro" - e magari il genitore ritiene che con l'aiutino ne possa conquistare un'altra. E allora largo agli integratori o agli aminoacidi», che possono essere l'anticamera del doping. «È un problema culturale e per noi non è facile inculcare dei principi quando i ragazzi si accorgono, ad esempio, che in gara c'è qualcuno che va troppo più forte».
Il compito, difficile, coinvolge prima ancora la famiglia e la scuola, ma la prima, anziché indirizzare verso la sana competitività, spesso incoraggia la corsa incontrollata al successo; la seconda ha ormai demandato tutto all'associazionismo, il cui sforzo non è a volte assecondato dalle istituzioni sportive, federazioni in primis, più propense a privilegiare l'aspetto politico-sportivo (leggi numero di medaglie) piuttosto che quello pedagogico. «Noi chiediamo gimkane e dalla federazione pretendono corse a tappe», spiega con amarezza Nicola Dell'Orco.
Peraltro, è cambiato il modo di praticare. I bambini fanno altre scelte (la tv, per fare un esempio), altrimenti sono gli adulti a organizzare per loro (due ore presso la scuola calcio oppure al minibasket...) senza capirne le differenti esigenze di aggregazione e i benefici motori e sul sistema nervoso di un gioco spontaneo. «Da studi fatti per conto del Coni e curati dal sottoscritto grazie al lavoro di professori di educazione fisica addestrati a girare in anonimo per le strade, le piazze e nei cortili delle città - dichiara Sandro Donati - è emerso che, fino agli 11 anni di età, gioca in modo tradizionale non più dell'8 per cento dei maschi e del 2 per cento di femmine. Invece il bambino, se gli dai tempo e spazi, è capace di giocare tre-quattro ore senza stancarsi. Questo è un punto cruciale perché alla fine della settimana ha accumulato quindici-diciotto ore di attività varia. Invece, è arrivato l'adulto e ti ha inventato lo sport organizzato per i bambini, che invece hanno bisogno di creare nuove dinamiche, nuovi gruppi, nuovi modi di fare, inventando anche nuove regole. I movimenti vari, fatti con gusto, lasciano tracce sul bagaglio motorio, stabiliscono un continuo dialogo col cervello di incalcolabile valore per lo sviluppo del sistema nervoso. Peraltro, in un'altra rilevazione fatta su gruppi di bambini dai 7 agli 11 anni (in quelle poche ore destinate allo sport, che dovrebbero fare da contraltare alla sedentarietà - n.d.r.) è emerso che il 72 per cento del tempo è caratterizzato da pause e solo il 28 per cento dall'attività, spesso ripetitiva. Insomma, un fallimento».
A questo si aggiunge lo spettro del doping. I primi contatti con gli integratori proteici (aminoacidi e creatina) arrivano proprio a partire dalla fascia di età adolescenziale. «Da ricerche che abbiamo fatto nella scuola - snocciola Sandro Donati - su un campione di dodicimila bambini di Roma (non ci sono altri studi di questa ampiezza - n.d.r.), è emerso chiaramente che, a livello di media-inferiore, ne fa uso circa il 4 per cento degli alunni di prima media, il 9 per cento di seconda media, il 15 per cento di terza media. Inoltre, dividendo i bambini tra quelli che, spinti dai genitori o dai medici di famiglia, assumevano vitamine e sali minerali attraverso pasticche (oltre che con l'alimentazione), circa il 59 per cento del totale, e l'altro 41 per cento che li assumevano esclusivamente dall'alimentazione, abbiamo verificato che nel primo gruppo la percentuale di diffusione per via farmacologica è cinque volte superiore. Certo, questo non significa che sia tracciata la strada che porta al doping. Ma è come fare la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti. Prendendo in considerazione un campione di 1.400 ragazzi della scuola media superiore, abbiamo accertato che c'è associazione tra uso di aminoacidi e creatina e uso di sostanze dopanti (anabolizzanti, Epo o stimolanti). Chi assumeva aminoacidi e creatina aveva probabilità di assumere sostanze dopanti di molto superiori rispetto al gruppo che quasi non ne faceva uso. Emerge, in definitiva, l'importanza eccezionale dell'educazione alimentare. È il primo modo per prevenire il doping. Non è vero che ci sia bisogno degli integratori. Basta mangiare sano».
G. Flavio Campanella

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