Domenica 20 Ottobre 2019 | 21:45

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La denuncia di una coppia di Chiavari riportata da «Repubblica»: dopo l'intervento di fecondazione assistita praticato nella Sismer, società italiana studi di medicina della riproduzione a Bologna, è nato loro un bimbo down che ora a 5 anni
Figlio down da fecondazione assistita, la difesa del medico responsabile
BOLOGNA - Nessun errore o scambio di provetta, ma semplicemente una inefficacia della tecnica, lo screening preimpianto, a «leggere» e quindi garantire al 100% ma solo al 95%, che non ci siano anomalie genetiche e quindi l'embrione da impiantare sia sano. Si difende così Luca Gianaroli, direttore scientifico della Sismer, società italiana studi di medicina della riproduzione, il centro di Bologna al quale sei anni fa si rivolse una coppia di Chiavari, Simonetta Guerra e Sandro Pezzo, alla quale dopo l'intervento di fecondazione assistita praticato nel centro bolognese - come fa sapere oggi il quotidiano La Repubblica -è nato un bimbo down che ora a 5 anni.
Gianaroli cita i dati di una rivista americana molto accreditata in questo campo «Infertility-isterility» nella quale sui casi di mille nati, si indica nella percentuale del 2-3% l'inefficacia della tecnica dello screening preimpianto; una percentuale non dissimile da quella riscontrata nella casistica della Sismer.
Inoltre il medico bolognese respinge l'ipotesi dello scambio adombrata dalla coppia di Chiavari secondo la quale due embrioni prima dell'impianto presentavano una grave malformazione, uno dei quali con trisomia nel cromosoma 21, proprio quello che causa la sindrome di down. Secondo Gianaroli invece proprio questa anomalia genetica esclude questa ipotesi perchè un embrione con questa anomalia non si attacca all'utero e quindi non può generare una gravidanza.
Il nostro compito è quello di aiutare le coppie sterili ad avere un bambino, «non ci occupiamo di diagnosi genetiche», osserva ancora Gianaroli che punta il dito invece sul fatto che la donna si rifiutò, per paura di un aborto dopo una gravidanza da molto tempo desiderata, di fare una amniocentesi (o una villocentesi, tecnica analoga) per verificare se il feto aveva dei problemi genetici.
«Nel consenso informato che la signora ha firmato - ricorda oggi Gianaroli - c'è scritto chiaro e grande che fra la decima e la sedicesima settimana se ne raccomanda l'esecuzione e non si trattò soltanto di firmare un pezzo di carta. La signora ha avuto dei colloqui con noi a trattamento iniziato ed ha seguito un corso di 3 ore nel quale le fu spiegato l'utilità dell'amniocentesi che peraltro le fu consigliata anche dai medici che la seguivano in Liguria».
Solo in 2 casi su 42 le nostre pazienti - conclude Gianaroli - non si sono sottoposte a questa metodica, ma entrambe sapevano rischi che correvano».

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