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Tredici «schiavi» africani a Metaponto

È stato arrestato dai Carabinieri il loro datore di lavoro, un imprenditore agricolo che li maltrattava, li ricattava e li sfruttava per 25 euro a settimana
POLICORO (Matera) - Erano sbarcati nel giugno scorso a Lampedusa, sperando in una vita migliore in Italia. Ma nella piana del Metapontino, nel Materano, quei tredici clandestini africani avevano trovato qualcosa di molto simile alla schiavitù. Un casolare sporco, lavoro massacrante a raccogliere pomodori, 25 euro di paga alla settimana e un datore di lavoro-padrone che minacciava di non pagarli se protestavano. Ora, quel datore è stato arrestato dai Carabinieri, con l'accusa di riduzione in schiavitù. I suoi schiavi adesso sono passati dal casolare-prigione ad un centro di temporanea permanenza.
La storia si svolge in una delle aree agricole più avanzate d'Italia: quella piana del Metapontino che i suoi abitanti chiamano con fierezza «la California del Sud», e che nell'autunno scorso si sollevò in massa contro il progetto di impiantarvi la discarica nazionale delle scorie nucleari, a Scanzano Jonico (Matera).
Qui si producono frutta e verdura fra le più pregiate d'Italia. E qui tutte le estati sciamano in massa migliaia di extracomunitari, regolari e non, per spaccarsi la schiena a raccogliere le prelibatezze destinate alle mense della ricca Europa. I tredici schiavi del Duemila venivano da Eritrea, Togo e Congo. Sbarcati a Lampedusa, avevano girato da Roma a Napoli a Brindisi, per finire a Metaponto (Matera).
Qui erano stati reclutati dai «caporali», molti dei quali africani come loro. Ai tredici non era andata molto bene. Il loro datore di lavoro era un grosso imprenditore agricolo della piana, cinquantenne e del quale i Carabinieri non hanno fornito altri dati. I braccianti erano stati sistemati in un casolare sporco e fatiscente, senza luce né acqua corrente. L'unica dotazione era una tanica di plastica, ognuna con il nome del malcapitato, da usare per bere e lavarsi. Per i bisogni fisiologici c'erano i campi. Gli immigrati lavoravano dall'alba al tramonto a raccogliere pomodori. Tempo per mangiare ce n'era poco, un panino e via. Alla sera, si facevano una doccia con l'acqua di una tanica e cucinavano qualcosa con un fornello sul pavimento del casolare, alla luce delle candele. Poi si gettavano sui materassi sporchi e crollavano dal sonno.
La paga era 25 euro alla settimana, sette giorni su sette di lavoro. Il padrone li ricattava, minacciandoli di non pagarli se protestavano. Senza conoscere l'italiano, senza conoscere il paese, senza un soldo, non avevano possibilità di scappare. Quando i Carabinieri di Policoro (Matera) sono arrivati al casolare, al termine di un'inchiesta, i braccianti hanno raccontato che da settimane non venivano pagati.

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