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In piazza a New York il popolo anti Bush

Tanti papà con i piccoli, veterani del Vietnam, pensionati e giovani con il volto dipinto dei colori dell'arcobaleno • E Bush: «Sono l'uomo che fa la storia»
NEW YORK - L'America pacifista, quella che dice no al conflitto in Iraq e avversa le politiche dell'Amministrazione di Washington, ha il volto di tanti papà con i piccoli ancora sul passeggino, dei veterani del Vietnam commossi e fieri, dei pensionati e dei giovani con il volto dipinto dei colori dell'arcobaleno.
Un mosaico imponente composto da «tessere» giunte dai quattro angoli degli Stati Uniti, e in rappresentanza di ogni classe sociale, che ha lastricato le strade di una New York blindata in attesa dell'avvio della convention repubblicana destinata a incoronare George W. Bush, come sfidante del democratico John Kerry nella corsa alla Casa Bianca.
Sulle arterie della metropoli, dall'angolo tra la settima Avenue e la quattordicesima strada sino al Madison Square Garden e alla storica Union Square, migliaia di persone, almeno duecentomila secondo stime non ufficiali, hanno marciato per manifestare il loro dissenso al governo in carica, bocciato sull'intervento militare in Iraq e sulle scelte di politica economica la quale, a loro dire, hanno reso intere fasce della popolazione più povera e debole.
Considerazioni urlate a una sola voce, in maniera serena ma incisiva, per le strade della metropoli ricoperte di cartelli e drappi inneggianti alla pace e critici verso il presidente George W. Bush e il suo entourage. «Portiamo a casa le nostre truppe ora», si legge da un lato all'altro delle avenue toccate dalla marcia, «Fine dell'occupazione in Iraq». E poi, «Bush mente, chi muore?» e «Diciamo no ai programmi di Bush» accompagnati dalle grida «Bush bugiardo» e «Basta Bush», rombo incessante ritmato da ragazzi e anziani, dalle organizzazioni sindacali a quelle per i diritti dei gay, dalle famiglie dei veterani e da quelle che hanno perso figli e figlie nel corso del conflitto iracheno. Le più composte e orgogliose. Quelle con gli occhi sbarrati di fronte al Madison Square Garden, dove il corteo si è fermato per un minuto di silenzio, e impietrite dietro ai cartelli-denuncia: «Presidente Bush, ho perso mio figlio in Iraq».
Parole dure, scritte sotto le foto dei caduti, guardate con rispetto da tutti i manifestanti, molti dei quali in piazza forse per la prima volta, dai «legal observer», avvocati vestiti di verde a tutela dei manifestanti, e persino da pochi sparuti gruppi di simpatizzanti repubblicani trincerati, silenziosamente, dietro al cartello «Dio protegga l'America e il presidente Bush».
Tra le migliaia di partecipanti vestite di mille colori, vegliate da un imponente schieramento di forze, parte del quale a bordo di 300 scooter acquistati dalla Piaggio, sono spiccate le decine di volontari, principalmente veterani, «armati» di bare coperte dalla bandiera a stelle strisce come quelle dei militari morti in Iraq. Le stesse che, nelle scorse settimane, il Pentagono aveva proibito di mostrare, in fotografia, ai quotidiani statunitensi. «Sarò uno di quelli che porteranno queste bare in giro per la marcia di protesta - aveva spiegato all'avvio della manifestazione Glenn Barr, veterano della guerra del Vietnam. Non hanno voluto mostrare le foto dei ragazzi caduti in Iraq e quella di oggi è una scena simbolica per contestare una guerra tragica e illegale voluta dal governo di Washington».
Barr, arrivato nella mattinata da Springfield in Massachusetts, è stato un medico militare nel corso del conflitto in Vietnam nel 1972, «unico sopravvissuto dell'equipaggio di un elicottero» abbattuto nel paese asiatico.
«Ho sentito alla radio di questa manifestazione e ho deciso di venire a New York per manifestare» insieme a migliaia di persone normali che hanno sentito, forse come mai prima, il bisogno di far sentire la propria voce. «Protestiamo contro questa guerra in Iraq - ha spiegato Ken Miller, newyorkese di Brooklyn, anche lui con una bara sulla spalla. Capisco le ragioni della guerra al terrorismo ma non quelle di una guerra in Iraq. La priorità andava data alle operazioni in Afghanistan».
Sparse nella moltitudine, persone di ogni parte del mondo italiani compresi. «Siamo venuti qui per due mesi a trovare nostro figlio che fa il ricercatore di fisica - ha osservato una coppia di Cesena Augusto Camia, informatico, accompagnato dalla moglie Paola Gradassi, insegnante - abbiamo partecipato anche a manifestazioni in Italia e oggi siamo qui per seguire questa marcia. New York ci sembra democratica ma non è l'America che è un paese così grande». In Italia «una manifestazione del genere avrebbe risonanza e potrebbe far pensare la gente, non sappiamo invece come possa essere presa qui in America».
Più decise tre studentesse milanesi Marta Frattini, Giulia Cappellani e Maura Gastoldi a New York per uno stage universitario. «I motivi per partecipare a questa manifestazione sono tanti - hanno osservato - ma quella principale è la contrarietà alla guerra. Non avevamo dubbi - hanno aggiunto - ma dopo avere visto il film Farenheit 9/11 siamo ancora più convinte per i modi in cui si è fatta la guerra».
Gianluca Angelini

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