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Governo - L'Udc "congela" la fronda interna

ROMA - Apparentemente Follini esce sconfitto dalla lunga battaglia sulla riforma federalista: dopo aver minacciato l'uscita dal governo e aver ostinatamente respinto le offerte di poltrone e presidenze, il ritiro degli emendamenti al testo delle riforme sembra un successo dell'ala «ministeriale» dell'Udc e una resa a Berlusconi.
Certo, il segretario riceve l'onore delle armi, parla di «congelamento» del pacchetto di emendamenti in attesa del tavolo negoziale di agosto e soprattutto si appresta a far confermare la propria linea politica da un Consiglio nazionale che forse non voterà neppure, in considerazione dell'ampio seguito di cui gode nel parlamentino centrista.
Eppure la sensazione è che tra sabato e domenica la trattativa tra il premier e il partito ribelle, forse grazie alla mediazione di Casini, abbia subito una svolta, che si sia giunti in altri termini ad un più generale accordo politico i cui riflessi si vedranno in autunno. I silenzi del Cavaliere in questa fase delicatissima, la lunga e riservata preparazione dell'ufficio politico Udc che oggi ha sbloccato l'impasse autorizzando un ritiro degli emendamenti che solo due giorni fa non appariva così scontato, la sobrietà con la quale la Cdl ha accolto la notizia, tutto concorre a suggerire l'esistenza di un patto politico più forte, da perfezionare adesso nella «Lorenzago 2» del Polo.
Non a caso Maroni ha fatto sapere che con la scelta odierna dell'Udc è stata risolta la maggior parte dei problemi e che adesso esistono i presupposti per condurre a conclusione la legislatura nel 2006. Gli alleati hanno avuto la dimostrazione che al momento non esiste un progetto di dividere la Cdl dal centro, ma solo una richiesta di riequilibrio più generale delle riforme: a questo livello, commenta Calderoli, «tutto può essere migliorato».
L'accordo di maggioranza passa per una serie di crocevia politici che restano comunque assai delicati, perché ognuno degli alleati ha una bandiera da difendere: il Carroccio non farà passi indietro sul federalismo, An sulla collegialità e l'interesse nazionale, l'Udc sul proporzionale e una politica economica più moderata. Ma a ben vedere si tratta di posizioni che possono convivere, a condizione che il Grande Mediatore riesca a cucire una trama accettabile per tutti, spogliandosi di un poco del proprio potere.
L'approvazione di due emendamenti Udc oggi in commissione (l'inserimento del principio della sussidiarietà in Costituzione e le norme a tutela della salute che tornano di competenza dello Stato) è il segnale di questo nuovo clima che dovrebbe sfociare in una trattativa a tutto campo in agosto: la «Lorenzago 2», addirittura, potrebbe svolgersi simbolicamente in Sicilia, secondo la proposta di Cuffaro subito accolta dalla Lega.
A sbloccare lo stallo con l'Udc è stato certamente il lavoro degli sherpa, che spesso aggira le antipatie personali, e la disponibilità degli alleati a discutere di proporzionale con sbarramento, ma forse anche l'offerta di un nuovo corso in Rai (alla politica dell'informazione i centristi annettono il massimo dell'importanza). Si vedrà se tutto ciò si tradurrà anche in un nuovo Consiglio di amministrazione (che potrebbe essere stavolta a guida Udc) e in un rimpasto in autunno, prendendo spunto dalla nomina di Buttiglione alla commissione Ue che lascerà scoperta una casella nel governo: per ora si può osservare che l'indicazione del ministro delle Politiche comunitarie al posto di Monti è stata un po' la chiave di volta della virata nella maggioranza, disinteressata o meno che sia stata la mossa di Berlusconi. Un segnale che ha raccolto consensi soprattutto per l'innovazione nel metodo.
E questo è uno dei motivi per i quali, in questo quadro, Follini non si può definire sconfitto, anzi si presenta al tavolo del negoziato forte di una linea che ha pagato, dopo mesi di verifiche senza risultati. L'asse con Fini non esiste più, ma in compenso si apre una nuova fase che dovrebbe portare il centrodestra a individuare la piattaforma per le prossime politiche.
L'opposizione attacca duramente i centristi e la decisione della Cdl di rinviare la trattativa sulle riforme a un tavolo extraparlamentare: il diessino Chiti dice che le riforme si fanno in Parlamento e non nelle baite, l'Ulivo chiede la sospensione della discussione alla Camera in attesa che si chiarisca la situazione nella maggioranza. Adesso che l'Udc ha ritirato i propri emendamenti, si affaccia l'ombra dell'ostruzionismo come arma estrema per bloccare il neofederalismo.
Pierfrancesco Frerè

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