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Mosca - Alla caccia dell'Arca di Noè

Andrei Polyakov, orientalista e documentarista russo, con una ventina di compagni di avventura è partito oggi alla volta della catena dell'Ararat, nell'odierna Turchia
MOSCA - Riparte da Mosca, con la benedizione del patriarca ortodosso Alessio II, la ricerca della biblica Arca di Noè. L'ultimo degli Indiana Jones si chiama Andrei Polyakov, orientalista e documentarista russo, che con una ventina di compagni di avventura è partito oggi alla volta della catena dell'Ararat, nell'odierna Turchia, dove già nell'autunno scorso aveva condotto una spedizione individuando «tracce - a suo dire - promettenti».
Questa volta il gruppo può contare su un'arma in più: un'icona di San Giorgio, protettore di Mosca, ma anche dei monti del Caucaso, consacrata per l'occasione nel corso di una messa che ha preceduto stamattina la partenza nella chiesa della Trinità e durante la quale è stato letto un messaggio di sostegno inviato dal patriarca in persona.
La ricerca dei resti dell'Arca che salvo Noé, la sua famiglia e la sua corte di bestie dal diluvio «è compito arduo», ha scritto Alessio II, elevando tuttavia preghiere «a Dio affinché benedica questo cammino non facile con buoni frutti».
Le premesse per un successo ci sono, a sentire Polyakov, malgrado le molte spedizioni conclusesi in passato con esito quanto meno incerto. Per l'esploratore russo, non si tratta infatti di un'impresa alla cieca, ma del seguito di un viaggio compiuto l'anno scorso e accolto con notevole interesse in patria, dove la vicenda dell'Arca suscita passioni fin dalla prima spedizione realizzata nel 1916, nel pieno della "Grande guerra" e alla vigila della tragica bufera rivoluzionaria.
Un viaggio, quello del 2003, che aveva offerto il destro a Polyakov per formulare almeno due ipotesi originali. La prima ha a che fare con una grande struttura di legno pietrificato, i presunti resti dell'arca, già scoperta nei decenni passati da altre spedizioni, ma che il ricercatore russo ha ritenuto di poter identificare come una sorta di sottomarino ante-litteram. La seconda riguarda invece la miriade di lapidi trovate nella stessa zona in un antichissimo luogo di sepoltura armeno che Polyakov aveva inizialmente preso per ancore, ma di cui in seguito afferma di essere riuscito a decifrare le iscrizioni come «istruzioni per la sopravvivenza date a Noé».
L'esploratore moscovita ammette che occorrono ancore indagini accurate prima di poter indicare con certezza come l'Arca di Noé la struttura lignea in questione, al centro del resto di molte speranze e illusioni anche in passato. Ma per conto suo appare già persuaso e osserva che le misure (150 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di altezza) sembrano confermare il racconto della Bibbia.
Un racconto al quale Polyakov si è ispirato fin dalla missione dell'anno scorso, dopo aver ottenuto il permesso delle autorità turche per salire sull'Ararat, da tempo chiuso in relazione ai problemi di sicurezza nel sudest curdo, e perlustrarne i dintorni.
«L'Arca non è sulla cima dell'Ararat, ma ad una trentina di chilometri da essa - disse allora l'esploratore, al ritorno -, ma la stessa Bibbia afferma che essa era approdata non sull'Ararat bensì "sulle montagne dell'Ararat"».
Descrivendo la struttura individuata laggiù e lungamente osservata dal suo gruppo, aggiunse che essa appariva come «una enorme costruzione simile a un'imbarcazione con il ponte grande come un campo di calcio». Una costruzione che in seguito al terremoto del 1948, secondo testimonianze raccolte in loco, si sarebbe spaccata in due, ragion per cui una parte di essa è visibile adesso per un'altezza di due metri mentre il resto rimane sepolto.
«Tocca naturalmente agli studiosi appurare scientificamente se si tratta proprio dell'Arca», chiarì Polyakov in quei giorni, deciso comunque fin da allora a dar il via a una nuova spedizione destinata nei suoi auspici a svelare il mistero.
Un mistero che egli colora di ulteriori sorprese, avanzando persino l'ipotesi - alla luce delle osservazioni del 2003 - che l'Arca possa essere stata «qualcosa di simile a un grande sottomarino, in grado di resistere al diluvio», più che un'imbarcazione di superficie. Qualcosa che si ritrova d'altronde anche in testi antichissimi delle mitologia dei Sumeri.

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