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Si punta a cordata italiana

ROMA - Sarà pubblicato entro l’Epifania il bando per la cessione (o l’affitto) di Ilva. Lo annuncia il ministro Federica Guidi in un’intervista a un quotidiano spiegando che il Governo punta a cedere l’azienda ad una cordata italiana ed a evitare lo spezzatino della società. Subito dopo, l'11 gennaio, arriverà in Aula a Montecitorio il decreto contenente «Disposizioni urgenti per la cessione a terzi dei complessi aziendali del Gruppo Ilva». Cessione che, impone il decreto, deve essere ultimata entro il 30 giugno di quest’anno. A facilitare l’operazione, il provvedimento mette sul piatto un prestito ponte da 300 milioni di euro che l’aggiudicatario della gara «dovrà restituire allo Stato maggiorato degli interessi» a tassi di mercato.

E’ passato poco più di un anno da quando (era il 17 dicembre 2014) il premier Matteo Renzi decise di intervenire direttamente su quel pasticciaccio brutto dell’Ilva di Taranto: la più grande fabbrica siderurgica d’Europa che, commissariata, non trovava acquirenti, inquinava a morte e vedeva troppe vittime fra i suoi dipendenti. «Non possiamo abbandonare i lavoratori e veder svendere l’Ilva al primo privato che vuole approfittare» disse Renzi durante un’Assemblea del Pd.

Dopo pochi giorni, alla vigilia di Natale arrivò il settimo decreto Salva-Ilva. I privati che avevano manifestato interesse (concretamente solo la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia) fecero un passo indietro. E l’Ilva, diventata impresa di interesse strategico nazionale (è lì che tutta la siderurgia italiana si approvvigiona), passò in Amministrazione Straordinaria. Si nominarono tre Commissari incaricati di portare l’Ilva verso il risanamento ambientale e il ritorno alla produzione e all’utile (previsto per il 2017). Nell’arco dell’ultimo anno non tutto è andato come ci si aspettava, la crisi del settore siderurgico era stato messo in conto, ma in molti speravano di vedere arrivare dai conti svizzeri della famiglia Riva alle casse dell’Ilva il miliardo e duecentomila euro sequestrati in seguito a procedimenti penali non ancora giunti a giudicato. Non è stato così: il tribunale federale di Bellinzona si è opposto al trasferimento dei fondi fino a quando le sentenze penali italiane non saranno definitive.

Il secondo colpo è arrivato da Bruxelles che tiene costantemente l’azione riparatrice del Governo sotto la minaccia di una procedura per aiuti di Stato. Sono a rischio anche i 300 milioni di euro previsti dall’ultimo decreto e gli 800 milioni destinati dalla Legge di Stabilità al risanamento ambientale e sanitario dell’Ilva. Eppure qualcosa, in meglio, è cambiato. Ad agosto è ripartito l’Afo1, ovvero l’Altoforno principale del complesso siderurgico di Taranto fermo dal 2012, capace da solo di produrre 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. A questo punto le imprese siderurgiche potrebbero tentare il rischio, magari attraverso una Newco in cui entri in quota di minoranza Cdp attraverso il Fondo Strategico Italiano. Del resto Renzi aveva detto che l’intervento pubblico su Ilva sarebbe stato «a tempo, 18-36 mesi». E se la cessione avverrà, come previsto dal decreto, entro il 30 giugno 2016 saranno passati proprio 18 mesi dal decreto del Natale 2014.

Dopo aver incontrato personalmente nei giorni scorsi i principali operatori della siderurgia nazionale, da Marcegaglia ad Arvedi ad Amenduni, ma anche i gruppi medi e piccoli, per sondare il loro interesse ad intervenire o singolarmente o in cordata in un’acquisitione (o affitto) dell’Ilva, il ministro Guidi sembra fiduciosa. Quello che il governo vorrebbe evitare è «lo spezzatino» anche se il titolo del decreto va in Aula l’11 gennaio non lo esclude parlando di «cessione dei complessi aziendali del Gruppo Ilva».

(di Maria Gabriella Giannice, ANSA)

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