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In Puglia e Basilicata

Tradizioni in Puglia «Per Sant’Antuono  maschere e suono»

Tradizioni in Puglia «Per Sant’Antuono  maschere e suono»
di PIETRO SISTO
Il 17 gennaio era una data importante per la società contadina perché coincideva con il rito dell’uccisione del maiale, simbolo di una civiltà che non poteva permettersi il lusso di sprecare niente: nessuna parte del suo corpo veniva buttata, e tutto quello che non si poteva mangiare immediatamente si conservava per l’inverno e i mesi successivi sotto forma di prosciutti, salsicce, insaccati ecc. E il maiale era anche simbolo dell’alimentazione grassa e saporita del periodo carnevalesco che, secondo un’antica e consolidata tradizione, incominciava proprio il 17 gennaio in coincidenza con la festa di sant’Antonio abate. Nell'Italia meridionale Sant'Antonio abate è comunemente chiamato «Sant'Antuono», per distinguerlo da Sant'Antonio da Padova

15 Gennaio 2010

di PIETRO SISTO 

Il 17 gennaio era una data importante per la società contadina perché coincideva con il rito dell’uccisione del maiale, simbolo di una civiltà che non poteva permettersi il lusso di sprecare niente: nessuna parte del suo corpo - dalla testa alle zampe, dal lardo al sangue, dalle budella alle setole - veniva buttata, e tutto quello che non si poteva mangiare immediatamente si conservava per l’inverno e i mesi successivi sotto forma di prosciutti, salsicce, insaccati ecc. 

E il maiale era anche simbolo dell’alimentazione grassa e saporita del periodo carnevalesco che, secondo un’antica e consolidata tradizione, incominciava proprio il 17 gennaio in coincidenza con la festa di sant’Antonio abate, venerato soprattutto da agricoltori e contadini perché protettore degli animali. 

Il santo, in realtà, nell’iconografia tradizionale era raffigurato con campanello, bastone «a tau» e fiaccola e accompagnato da alcuni animali domestici, soprattutto da un maiale simbolo cristiano di ignoranza, sporcizia, ingordigia e in particolare del diavolo. Secondo diversi testi agiografici, infatti, l’animale raffigurava il fuoco dell’inferno e le ripetute tentazioni contro le quali il santo eremita dovette combattere nel deserto; ma era nello stesso tempo anche simbolo del lardo con il quale si curava l’herpes (fuoco di sant’Antonio), una malattia che in alcune zone si riteneva venisse provocata da u n’anima del purgatorio per far ravvedere la persona colpita: proprio per questa virtù terapeutica attribuita al lardo, ai monaci di sant’Antonio fu concesso il privilegio di allevare in assoluta libertà i porci che così, con un campanello al collo, non solo venivano tollerati nelle piazze, nelle strade e nei cortili dei centri urbani, ma anche alimentati dalla popolazione con cibi e avanzi di ogni genere. 

Numerose le leggende relative al 17 gennaio: secondo una - molto antica e diffusa - nella notte di sant’Antonio gli animali parlavano nelle stalle, raccontando soprattutto difetti e vizi dei propri padroni, e si lamentavano delle violenze e dei maltrattamenti subiti nel corso dell’anno; e ugualmente numerosi erano i riti sacri e profani celebrati dalle prime ore del mattino, quando davanti alle chiese si benedicevano gli animali, fino al tramonto quando si accendevano grandi falò intorno ai quali si chiacchierava e mangiava. In alcuni casi il fuoco rimaneva acceso per tutta la notte fino alle prime luci dell’alba quando i ritardatari rincasavano con qualche tizzone o un po’ di cenere in segno di buon augurio. 

Particolarmente solenne e sentito era a Bari il rito della benedizione di cavalli, asini e altri animali domestici che si teneva nella cappella dedicata al santo nei pressi del Fortino: «Le unghie dei piedi dei cavalli venivano unte con una mistura nera, che si faceva con paglia bruciata ed olio. Così si ricavava una specie di nero fumo e le unghie dei cavalli diventavano così lucide da sembrare fossero state dal lustrascarpe San Rocco (sopranome) a farsele pulire. Lo stesso trattamento era riservato alle vacche, ai muli e agli asini. Era il giorno di festa delle povere bestie. A esse si infilavano in testa coni di carta come imbuti, in modo che le orecchie potessero uscirne da una parte e dall’altra. Alle cavezze si attaccavano in maggior parte nastri colorati contro il malocchio e le malie. Le criniere venivano intrecciate e legate con altri nastri rossi. Le boccole degli assi dei traini venivano unte con grasso per ridurne l’attrito» (G. Interesse). 
Tutto questo mentre alcuni abitanti della città vecchia «si giocavano i numeri al banco lotto della discesa di San Michele: 4 il porco, 17 il santo, 81 il campanello, 8 il fuoco, 20 la festa» (A. M. Tripputi). 

Ma al santo, in un certo senso, era anche affidato il compito di aprire il ciclo dei festeggiamenti carnevaleschi: il 17 gennaio, infatti, stagnini e cartolai incominciavano a realizzare con latta e cartone trombette e fischietti destinati a riempire di suoni le strade e i vicoli dei paesi. A Bari, preceduti dalla «Banne de le chiacune», gruppi di ragazzi, a una parola convenuta, davano inizio a uno degli scherzi più temuti: il «gioco dell’oro e dell’argento» che consisteva in una corsa sfrenata durante la quale colpivano tutto quanto c’era davanti agli usci delle case, sbattendo porte e vetrine, spingendo così donne e uomini a chiudere porte e finestre per sottrarsi a queste giovanili manifestazioni di violenza rituale. Una violenza che tra l’altro proseguiva in forme ancora più cruente con sanguinose battaglie di pietre tra «bande» di ragazzini travestiti da guerrieri, monaci e turchi. 

A Molfetta faceva la sua prima apparizione Tòeme, un fantoccio di paglia, che «veniva legato con delle funi e sospeso per aria, con gambe e braccia divaricate, leggermente inclinato in avanti, come salutasse i passanti» (S. Minervini): una posizione che conservava e manteneva fino alla notte del martedì grasso. 

A Rutigliano il ciclo carnevalesco si apriva con l’esposizione e la vendita di fischietti in terracotta raffiguranti, oltre a sant’Antonio con il maiale, anche Pulcinella con alcuni strumenti musicali, personaggi tipici del paese e della zona, statuette caricaturali di carabinieri in alta uniforme. 

A Gallipoli si accendevano nelle strade e nelle piazze grandi e piccoli falò (focareddhe) intorno ai quali al ritmo dei tamburelli si ballava freneticamente la pizzica pizzica. 

Infine, a Tricarico e San Mauro Forte, in Basilicata, il santo, protettore della gente povera e dei maiali, veniva festeggiato soprattutto con lunghi e rumorosi cortei di contadini che, indossando camici e cappucci bianchi, suonavano ritmicamente grossi campanacci appesi all’altezza delle ginocchia: anche per loro, nella speranza di buoni raccolti, valeva il vecchio proverbio «Sant’Antùn mascare e sùn».

Nell'Italia meridionale Sant'Antonio abate è comunemente chiamato «Sant'Antuono», per distinguerlo da Sant'Antonio da Padova
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