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In Puglia e Basilicata

Da Rosarno a Bari senza un soldo: «Ora qui sono al sicuro»

Da Rosarno a Bari senza un soldo: «Ora qui sono al sicuro»
BARI - Daniel Nkrumah Kwabena, 27 anni, del Ghana trasferito da Rosarno a Bari racconta: «Non so che cosa fare e dove andare. So solo che vivevo a Castel Volturno, il 28 dicembre ero sceso a Rosarno e vivevo nell’ex fabbrica sulla statale 18. Sabato scorso sono scappato da lì assieme ai miei amici, sono tornato a Castel Volturno. Ma lì non c’è più posto per me. Non ho lavoro, perché non ho soldi, un mio amico che vive qui mi ospita».

12 Gennaio 2010

di Gianluigi De Vito

BARI - Lo sguardo è gentile, ma è un volto che sta per vomitare solitudine. Daniel Nkrumah Kwabena, 27 anni, del Ghana, ha il corpo compatto chiuso in un giubbotto antivento. Pochi minuti dopo le 17 è seduto su una delle panche davanti alla sala mensa di Area 51, il centro diurno del Caps, in corso Italia, che da anni garantisce pasti e docce ai border line di stanza a Bari. L’inglese di Daniel è chiaro: «Non so che cosa fare e dove andare. So solo che vivevo a Castel Volturno, il 28 dicembre ero sceso a Rosarno e vivevo nell’ex fabbrica sulla statale 18. Sabato scorso sono scappato da lì assieme ai miei amici, sono tornato a Castel Volturno. Ma lì non c’è più posto per me. Non ho lavoro, perché non ho soldi, un mio amico che vive qui mi ospita».

Deve essere terribile friggersi nel presente: «Sono sbarcato a Lampedusa, nel 2007, mi hanno portato a Crotone. Ho chiesto il permesso di soggiorno e non l’ho avuto. Sono andato a vivere a Castel Volturno e mi hanno consigliato di rivolgermi a un avvocato (per fare ricorso al diniego, ndr). Non so come finirà».

Daniel è uno del tumulto calabrese consumatasi lungo la statale 18 tirrenica tra Rosarno e Gioa Tauro. Era lì, lungo la linea dell’odio tra bianchi e neri nel giovedì di rabbia e sangue. Rimanda indietro il film: «Tornavo dal lavoro, mi hanno detto che avevano sparato a fratello Pappei, è un myfriend, non so come si chiama, questo è il suo nikname. Abbiamo deciso di bloccare la strada. Dopo alcune ore ci hanno detto che avevano continuato a sparare colpendo uno del Mali e uno del Burkina. Anche il giorno dopo gli italiani hanno continuato a sparare. Per tutto il giorno siamo rimasti fermi, abbiamo sbarrato la strada. Sì, è vero che una signora è rimasta bloccata con sua figlia, ma perché la macchina non funzionava. L’ha lasciata lì, è andata a piedi. Dopo è stata distrutta. Noi eravamo sulla strada, vicino alla fabbrica dove dormivamo (l’ex Opera Sila), quelli del Mali e del Burkina erano in centro a Rosarno. Ci siamo divisi perché comunque lì si lavora per gruppi. I ghanesi, i sudanesi, gli eritrei e qualche nigeriano, da una parte, e dall’altra quelli del Mali, del Burkina, della Costa d’Avorio che parlano francese».

La scelta di andare via dai piombini delle pallottole avvelenate delle ‘ndrine della Piana è maturata quando la Polizia ha detto che il pericolo sarebbe stato continuo: «Non siete al sicuro qui, ci hanno detto. Ma noi non volevamo venire a Bari e allora in 17 abbiamo deciso di metterci nelle auto e di tornare a Caserta. La polizia ci ha scortato per un’ora di strada».

E dopo l’arrivo, la beffa ancora più amara. Quella stanza pagata 100 euro al mese non è più disponibile. E allora destinazione Bari. Pronto a rimettersi in viaggio se arriva il lavoro. «No, non penso di ritornare in Calabria. È la terza volta ci vado. Nel 2007 ci sono stato per due mesi a gennaio e febbraio, nel 2008 da novembre a gennaio. Quest’anno sono arrivato lì il 28 dicembre. Anche due anni fa pagavano 25 euro a giornata oppure un euro a cassetta per i mandarini e 50 centesimi per le arance. E anche l’anno scorso hanno sparato. A dicembre in due furono presi a colpi di pistola e uno fu colpito alla milza. Protestammo e il Comune ci mandò i bagni mobili nell’ex fabbrica».

Altro che crisi, altro che rivolta improvvisa. Il fuoco sotto la cenere cova da anni e lì dove i neoschiavi fanno lavori che nessun autoctono farebbe a quelle condizioni il rischio di un conflitto è sempre strisciante. Daniel ne ha vissuti due, visto che prima di Rosarno ha fatto i conti anche con la banda criminale di Beppe Setola, il capo dell’ala stragista del clan cammorristico dei Bidognetti che ha massacrato 6 ghanesi nel settembre 2008 davanti alla sartoria etnica di Castel Volturno. «Qui sono al sicuro, ma è sicura anche la fame e la miseria».

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