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In Puglia e Basilicata

Esproprio Petruzzelli, dai proprietari altri ricorsi a Tar e Tribunale

Esproprio Petruzzelli, dai proprietari altri ricorsi a Tar e Tribunale
di NICOLA PEPE 
Dopo 18 anni di contenzioso, il Governo ha stabilito che il teatro barese è di proprietà pubblica e la Presidenza del consiglio, decidendo di partecipare alla class action (causa collettiva) promossa da 3 avvocati baresi, ora chiede alla famiglia poprietaria del Petruzzelli 20 milioni. Ma la famiglia Messeni Nemagna non demorde e il suo diensore, avv. Ascanio Amenduni, ha presentato due nuovi ricorsi: uno dinanzi ai giudici del Tar, l'altro al tribunale civile
• Il maestro Muti stasera a Bari nel teatro rinato

21 Dicembre 2009

BARI - Due nuovi ricorsi incombono sul Petruzzelli: uno dinanzi ai giudici del Tar, l’altro al tribunale civile che si svolge parallelamente a quello sulla class action. L’avv. Ascanio Amenduni, difensore della famiglia Messeni Nemagna - «proprietaria del teatro» precisa - ha piazzato «mine» giuridiche un po’ dappertutto. 

All’indomani della costituzione della Presidenza del Consiglio dei ministri nella class action (l’azione popolare) promossa da tre legali baresi per il riconoscimento della proprietà pubblica del teatro, il legale ha fatto già sapere di aver presentato un esposto alla procura della Repubblica. Da circa tre mesi, Amenduni sta meditando azioni di «chirurgia» processuale per far valere la posizione dei suoi assistiti in una vicenda che difficilmente conoscerà la parola fine. Resta il fatto che ai giudici amministrativi e civili sono giunti due nuove «istanze» della famiglia, stavolta contro quello che viene definito «l’esproprio-bis». 

Attualmente, le posizioni di pro e contro famiglia, vertono su due atti: da un lato, lo storico contratto del 29 gennaio 1896 stipulato tra Comune di Bari e Antonio Petruzzelli, dall’altro il protocollo d’intesa siglato nel novembre del 2002 al ministro dei Beni culturali tra gli enti pubblici e la famiglia proprietaria. Due atti sui quali si stanno appuntando le attenzioni dei giudici: l’unico dato certo, per ora, è che il protocollo d’intesa è «sopravvissuto» a una serie di azioni giudiziarie, mentre il contratto di 113 anni fa è stato rispolverato adesso per demolire proprio l’intesa del 2002. 

Tutto ruota attorno a una clausola, prevista nel contratto del 1896, in base alla quale il concessionario (in questo caso la famiglia) poteva (non doveva) ricostruire il teatro nel caso fosse stato distrutto da un terremoto o da un incendio. Con due precisazioni: che qualora il concessionario avesse avuto questa intenzione, avrebbe dovuto iniziare i lavori entro un anno e concluderli entro tre. Diversamente, avrebbe dovuto «sgombrare» il suolo e restituirlo al Comune, entro 12 mesi. 

Per la Presidenza del Consiglio, dunque, la concessione è venuta meno quindi il teatro è pubblico. Non solo: i legali di Palazzo Chigi chiedono alla famiglia il pagamento di 20 milioni di euro. Insomma, rispetto a tre anni fa in cui il Governo aveva ipotizzato un indennizzo per l’esproprio del teatro (poi bocciato dalla Consulta), ora le parti si sono invertite. Il fantasma del politeama incombe ancora sul teatro.
di NICOLA PEPE
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