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In Puglia e Basilicata

In bilico sul trespolo alla prima del Petruzzelli

In bilico sul trespolo alla prima del Petruzzelli
di Carlo Bollino

08 Dicembre 2009

di CARLO BOLLINO
Gran bella interpretazione la «Turandot» di domenica sera: doveva esserci il 6 dicembre di un anno fa, c’è stata solo ora, ma la stagione lirica del Petruzzelli è finalmente partita. Grande spettacolo. Che fatica però. Tre ore in bilico su un trespolo ricoperto di raso nel palco 30 del secondo «girone» sono una esperienza da raccontare. Una battaglia impari, tra quell’altissimo seggiolone senza schienale, scivoloso e scomodo come una lastra di cristallo, e il muro del palco accanto, che nasconde un terzo della scena come fosse un pezzo di sipario che si son dimenticati di tirare sù. Il raso rosso sarà pure un tessuto nobile, persino intonato all’opera giacché della seta che lo compone fu proprio la Cina ad avere per millenni il monopolio, e Turandot è certamente cinese. Ma come si fa a rivestire gli sgabelli dei palchi in quel tessuto lucidissimo che non respinge solo le fiamme, ma chiunque si azzardi a sedervisi sopra? Con qualche ritardo sull’orario annunciato, il direttore d’orchestra può finalmente dare il via all’Opera. 

Atto primo, e già le grandi mura della città imperiale che si stagliano sullo sfondo della scena, da quassù si vedono per metà. E allora inquadriamo il problema: i palchi (ne contiamo occupati 84 suppergiù) sono dei cubicoli che la puntigliosa opera di restauro seguita al tragico incendio, ha ricreato nella identica posizione e scomodità progettate (chissà se già da allora per errore) circa cento anni fa, quando le rappresentazioni erano praticamente immobili, e da guardare c’era ben poco. In ciascun palco oggi ci sono sei posti così distribuiti: tre sedie (avanti) e tre alti trespoli (dietro). Neppure un gancio però per appendere i cappotti, e non è un particolare irrilevante: dovendolo tenere per tre ore sulle gambe, il paltò si rivela già dopo pochi minuti un peso decisivo nel difficile gioco di equilibrio del resistere seduti in bilico sullo sgabello di raso. 

Eh sì, perché il problema è tutto lì: quelle sedute, già scivolosissime, diventano terribilmente insidiose quando si tenta di sporgersi in avanti nel disperato tentativo di guardare la scena. Si cade e si risale, si cade e si risale. Mentre Liù canta il suo strazio all’amato Calaf, tentando di dissuaderlo dalla mortale sfida con i tre enigmi di Turandot, lo strazio dello sgabello concede una tregua. Lo stratagemma si scopre per caso: basta puntare le ginocchia contro lo schienale della sedia che ti sta davanti. Non è difficile, d’altronde, visti gli spazi angusti: si vede praticamente niente, ma almeno si ascolta e non si cade. 

Tra primo e secondo atto c’è un lungo intervallo. 
Finalmente in piedi si può guardare oltre la balaustra e spiare la platea, che a vederla da quassù ci si sente quasi privilegiati. E forse un po’ lo si è davvero: laggiù le poltrone non sono di raso ma di un più consono velluto, in compenso però la distanza tra una fila e l’altra è talmente ridotta che chiunque superi il metro e 70 di altezza, è costretto a tenere le gambe in diagonale per mancanza di spazio. Anche qui ritorna quel «vedo non vedo» sperimentato sui palchi, ma in platea dipende dall’altezza di chi ti è seduto davanti: a condizione che non si sia nani, chiunque è in grado di «impallare» il palcoscenico. 

Condanna analoga a quella riservata agli sfortunati spettatori della prima fila del terz’ordine numerato, propria sopro i palchi, che invece non vedono niente per la balaustra di sicurezza detta anche anti-sucidio, montata caparbiamente ad altezza occhi. Tre ore così, al lordo degli intervalli. Sarà per questa ragione che in prima fila (l’unica davvero comoda), e per giunta nelle due poltrone centrali (quelle che se ci fosse, sarebbero riservate al Capo del governo) siedono Vittorio Sgarbi e Giordano Bruno Guerri, gambe distese e braccia incrociate a godersi lo spettacolo. Rimane da chiedersi come mai fossero loro i due Vip più alti in carica di questa attesissima prima del Petruzzelli che poi tanto mondana, evidentemente, non deve essere stata. 

Si ricomincia, secondo atto, Turandot scandisce i tre enigmi alla cui soluzione il principe Calaf affida la sua vita. Ed eccoli rilanciati come fosse un karaoke dal «libretto elettronico» installato sul sipario. Tenore e soprano con i sottotitoli è l’unica idea rilassante tra tante scomodità, anche se le lettere sullo schermo a led sono così piccole che c’è da compiangere quelli del loggione, lassù in cima, che non saranno riusciti a leggere niente.

Ma il loggione è da sempre riservato agli intenditori, forse non ne avranno avuto bisogno. Secondo intervallo, nuova tregua. Si esce nel corridoio e si incrociano i vicini di palco. E qui scopriamo che qualcuno è stato peggio di noi: è una elegante signora che indossava un vestito di seta. Un guaio: la seta sul raso è la combinazione più sdrucciolevole che si possa incrociare nel mondo dei tessuti. Resistenza zero, fatica a restar seduti doppia. Adesso sappiamo che per andare all’Opera bisogna privilegiare la praticità all’eleganza, e quindi per chi intendesse frequentare i palchi del Petruzzelli sarà meglio che nella scelta dell’abito rinunci alle fibre pregiate. A meno che non scelga di portarsi la seggiola comoda da casa, come nei pic-nic sul lungomare. 
Ci avviamo verso il finale, il tenore squarcia la sala col «nessun dorma», Liù la commuove col suo suicidio d’amore. Applausi a scena aperta. Curiosi quelli di Sgarbi: più che battere le mani se le sfiora, in un gesto tanto plateale quanto silenzioso. Pure noi come la platea siamo finalmente in piedi, unica posizione davvero compatibile con questi palchi. A domandarci insieme ai profani come poi sia andata a finire tra l’infuocato Calaf e la frigida Turandot, visto che l’opera è stata proposta nella versione incompleta proprio come la lasciò Puccini morente. Usciamo divorati da questo dubbio sentimentale, e dall’altro: chi può aver scelto per le sedie del teatro rinato, al termine di una riflessione durata 18 anni, proprio questo orribile raso? Qualcuno che ne ha facoltà riconosca almeno questo errore e vi ponga rimedio. Per farlo, gli basterà un tappezziere.
carlo.bollino@gazzettamezzogiorno.it
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