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In Puglia e Basilicata

Scacco alla Mafia L'avv. Di Cagno «Ridatemi la dignità»

Scacco alla Mafia L'avv. Di Cagno «Ridatemi la dignità»
Si è difeso con forza e in modo appassionato da tutte le accuse: in quattro ore di interrogatorio di garanzia davanti al gip del tribunale di Bari Giulia Romanazzi, che lo ha interdetto per due mesi dalla professione di avvocato, l’ex consigliere laico di centrosinistra del Csm, Gianni Di Cagno, ha chiarito - a quanto viene reso noto dalla difesa – tutti gli aspetti contenuti nel provvedimento di interdizione notificatogli il primo dicembre scorso nell’ambito di un’operazione antimafia contro il clan barese capeggiato da «Savinuccio» Parisi.

06 Dicembre 2009

di Giovanni Longo

All’inizio della settimana è entrato in aula nella sua veste consueta, quella di difensore di propri assistiti.

Ieri ha varcato quella soglia nella scomoda posizione di indagato e sottoposto per due mesi alla misura cautelare della interdizione dall’esercizio della sua professione, quella di avvocato.

Quando Gianni Di Cagno ha comunicato al gip del Tribunale Giulia Romanazzi le proprie generalità, all’inizio del suo interrogatorio di garanzia, la voce era «rotta e affaticata». Così almeno è stata stata descritta da chi gli era vicino: l’interrogatorio non era aperto al pubblico.

L’avvocato Di Cagno, difeso dal collega Michele Laforgia, ha parlato per quasi tutta l’udienza. Al penalista il compito, nell’ultima mezzora, quando ormai erano le quattro di pomeriggio passate, il compito di motivare la richiesta di revoca della misura cautelare.

L’inchiesta è quella chiusa martedì scorso con l’arresto di 83 persone e la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di 129 persone. L’operazione, denominata «Domino», ha smantellato il clan mafioso Parisi-Stramaglia e ha permesso di sequestrate il patrimonio del clan, il cui valore è stimato in 220 milioni di euro.

Secondo la Dda di Bari, Di Cagno, e l’avvocato Onofrio Sisto (il suo interrogatorio, inizialmente previsto per oggi, è stato rinviato a lunedì) sapevano che Michele Labellarte, «figura chiave» dell’inchiesta e loro assistito, era un bancarottiere, ed era ritenuto un riciclatore della mafia barese.

Tuttavia – secondo l’accusa - hanno coperto il loro cliente omettendo (così come impone una legge del 2007) di comunicare alla Uif (Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia) le operazioni finanziarie sospette compiute dal loro assistito. Inoltre, sarebbero intervenuti «autoritariamente in situazioni di criticità» per evitare che la vera titolarità della società Uniedil (interessata alla realizzazione a Valenzano di un campus da 3.500 posti letto) fosse ricondotta a Labellarte.

Di Cagno, ex consigliere laico di centrosinistra del Csm, ha chiarito - a quanto viene reso noto dalla difesa – tutti gli aspetti contenuti nel provvedimento di interdizione.

«Con un provvedimento di questo genere – ha detto Di Cagno al gip – io sono morto perchè mi avete tolto quello che ho costruito nel corso della mia vita professionale e politica. Avete accostato il mio volto ad una vicenda di mafia, a quella mafia che ho sempre combattuto. Ora rivoglio la mia dignità». «C'è stato – ha detto al giudice il suo avvocato Michele Laforgia – un grave travisamento dei fatti e solo la revoca immediata della misura può resuscitare il mio assistito e restituirgli la dignità che gli è stata tolta». «Ora – ha spiegato il legale – il chiarimento è stato esaustivo e non vi è più alcuna zona d’ombra». «Abbiamo spiegato al giudice che Labellarte – ha detto Laforgia – non era contiguo ma vittima della criminalità organizzata. Abbiamo sostenuto che dalle conversazioni avute con Di Cagno emerge che l’imprenditore era oggetto di un tentativo di estorsione da parte della malavita». In precedenza anche il notaio Francesco Mazza, indagato per falso, aveva respinto l’accusa.

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