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In Puglia e Basilicata

Fronte del porto all’iprite per Bari

Fronte del porto all’iprite per Bari
Il 2 dicembre 1943 un disastroso bombardamento fu attuato dai tedeschi sul porto di Bari. «Per giorni e giorni dalle acque nere di nafta si ripescarono i corpi carbonizzati e irriconoscibili dei marinai, in totale circa duemila vittime, e settanta navi, recanti a bordo oltre duecentomila tonnellate di merci e munizioni, andarono perdute» 
• Quelle bombe su Bari prima «chemio» collettiva

02 Dicembre 2009

di VITO ANTONIO LEUZZI 

«E d’un tratto un fragore spaventoso simile allo scoppio simultaneo di mille tuoni, squarciò l’aria, seguito da una serie di esplosioni minori. Ci guardammo esterrefatti. E in quell’attimo, un’altra esplosione più fragorosa della prima mandò in briciole i vetri delle finestre, fece volar via la nostra radio in strada e ci mandò tutti quanti distesi sul pavimento». Così Roxanne Pittuno degli agenti più famosi dell’Intelligence Service britannico che operò in Italia alla fine degli anni Trenta e nel secondo conflitto mondiale con il nome di Albertina Crico - descrive il disastroso bombardamento attuato dai tedeschi sul porto di Bari il 2 dicembre 1943, in un libro di memorie, tradotto in italiano nel 1958 dalla Longanesi con il titolo La spia timida. 

Il libro di memorie della Crico non destò attenzione per le vicende del raid aereo nazista, ma per i particolari relativi alla nota vicenda di in generale barese, Nicola Bellomo (indicato nel libro con un altro nome), che l’agente di sua maestà fece arrestare dopo alcune rivelazioni degli ambienti militari italiani sulle modalità della morte e del ferimento di due ufficiali inglesi, prigionieri in un campo di concentramento alla periferia del capoluogo pugliese (il generale barese fu poi condannato da una corte inglese e fucilato nel 1945 a Nisida). L’agente segreto di sua maestà, che assunse varie identità (insegnò materie letterarie in un liceo di Rimini ed ebbe nel corso della guerra come suo punto di riferimento la Biblioteca del Vaticano), fornì importanti dettagli sulle conseguenze del terrificante raid aereo nazista: «per giorni e giorni dalle acque nere di nafta si ripescarono i corpi carbonizzati e irriconoscibili dei marinai, in totale circa duemila vittime, e settanta navi, recanti a bordo oltre duecentomila tonnellate di merci e munizioni, andarono perdute». 

Alla incursione aerea tedesca su Bari dedicò alcune significative pagine anche Naomi Jacob, scrittrice e attrice britannica, che in un suo libro di memorie, Me and the Mediterra nean edito nel 1945, raccontò le vicende della sua amica Tina Crico, la spia britannica testimone della distruzione del porto pugliese. Le rivelazioni contenute in queste due significative opere autobiografiche non furono sufficienti a rompere il segreto imposto da Winston Churchill sulla spaventosa contaminazione chimica provocata dall’esplosione e dall’affondamento di un intero convoglio di navi americane ed inglesi che trasportavano un ingente materiale bellico. 

Nel corso di questi anni, soprattutto dopo la traduzione della testimonianza di Glenn D. Infield, Disastro a Bari (Adda ed., 1977), diverse ricerche avviate dall’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo, dall’Istituto di epidemiologia dell’Università di Bari diretto da Giorgio Assennato e dall’Icram, hanno arricchito il quadro conoscitivo relativo alla contaminazione chimica provocata dal bombardamento del 2 dicembre. Roxanne Pitt (o Albertina Crico), che nei primi mesi del 1944 si trasferì da Bari a Roma, fu uno dei punti di riferimento delle complesse e segretissime indagini avviate dagli inglesi non solo sulla guerra chimica organizzata da Mussolini, ma su tutte le vicende più inquietanti del fascismo e del nazismo (in particolare le stragi nei confronti dei civili) e dei crimini di guerra commessi anche dai militari italiani nel corso del secondo conflitto mondiale. Si sapeva infatti che in Puglia, già agli inizi della guerra, era stata installata dal fascismo in gran segreto a Foggia una fabbrica di produzione di iprite e fosgene: come emerse negli studi di Angelo Del Boca e Giorgio Rochat (nel 1996 fu pubblicato il volume I gas di Mussolini, Editori Riuniti), che hanno consentito di individuare arsenali di armi chimiche e centri di produzione non solo in Puglia. In questi giorni, la pubblicazione del saggio di Gianluca Di Feo, Veleni di Stato (edito dalla Rizzoli), rappresenta una ulteriore e significativa conferma sulla produzione delle armi chimiche nell’Italia di Mussolini, sugli arsenali dei veleni, sui pericoli di contaminazione e sul loro smaltimento dopo la smobilitazione bellica. 

Ma la ricerca di Di Feo, in particolare, fornisce nuovi e importanti dati anche sulle complesse vicende della censura imposta dal primo ministro inglese a riguardo dello scoppio delle navi alleate colpite nel porto di Bari il 2 dicembre ‘43. Si apprende anche che i servizi segreti britannici inviarono in Italia - dopo la liberazione di Roma, nel giugno 1944 - una intera squadra investigativa al comando del colonnello inglese Moore, tra cui alcuni medici militari, che si occuparono delle conseguenze delle lesioni provocate dai gas sui sopravvissuti di quel disastro. Tuttavia il silenzio imposto da Churchill impedì a lungo di conoscere quali furono le conclusioni cui arrivarono gli investigatori britannici. Ora, aperti gli archivi ne sapremo di più.
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