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Rientra dall'Iraq il battaglione San Marco

«Una grandissima esperienza a livello umano e professionale. Siamo andati lì per portare aiuti, per migliorare le infrastrutture. Speriamo di esserci riusciti»
BRINDISI - Anche per loro nulla sarà più come prima. Sono tornati portando con sé l'orgoglio di aver preso parte a una missione, rischiosa, troppo spesso cruenta, che li ha costretti a ricorrere anche a scontri armati contro gruppi di assalitori, ma che ha anche dato loro la possibilità di fare «una grandissima esperienza a livello umano e professionale». Questo elemento umano, questa consapevolezza di un arricchimento dall'esperienza fatta sono forse il tratto più evidente nei militari del reggimento San Marco che ieri sera hanno portato a termine la loro missione in Iraq rientrando nell' aeroporto di Brindisi.
Dai loro racconti emerge un orgoglio che non è spavalderia; un orgoglio misurato dalle vicende che hanno vissuto in questi tre mesi della loro missione, dalle difficoltà inattese, dalle inquietudini della guerra. Anche se nessuno di loro dice che lì c'è guerra: «Ci sono stati scontri con frange estremiste che tendono a destabilizzare la situazione - spiegano - ma il rapporto con la popolazione è stato stupendo. Ci trattavano come fossimo gente loro, non come estranei». Il rientro è festoso, in un clima di gioia a volte sfrenata, da stadio, che ha avuto per protagonisti centinaia di parenti, amici, fidanzate in lacrime. Per lungo tempo la folla è rimasta assiepata ai bordi della pista, contenuta da lunghe transenne. Lo scalo era illuminato a giorno e su tutto campeggiava un enorme striscione tenuto dai parenti: lo stemma colorato del san Marco e la scritta, enorme, «Bentornati».

L'attesa è stata lunga, ma il clima già gioioso. Una donna, Antonietta Laneve, aspettava suo figlio, Stefano Guadalupi, 31 anni, maresciallo. Con lei c'era la fidanzata del militare, Antonella, una fanciulla assai carina che - rivela - conta di diventare nel giro di pochi mesi la signora Guadalupi. «In tutti questi mesi - ha raccontato la donna - per me è stata una agitazione continua, anche se Stefano ci chiamava tutte le sere per tranquillizzarci. Lo sentivo sincero ma non riuscivo a calmarmi del tutto. L'importante è che ora è tornato. So che se si ripresentasse l'occasione di tornare in Iraq non direbbe di 'no', ma per noi basta così. Adesso ho solo voglia di dedicarmi a lui, coccolarlo. Già da stasera gli ho preparato una parmigiana di melanzane, il suo piatto preferito». E a stemperare il clima dell'attesa ci ha pensato anche il Capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio di squadra Sergio Biraghi. Con i parenti ha avuto modi cordiali, informali. Li ha «passati in rassegna» percorrendo l'intera fila di transenne. Ha stretto mani, scambiato battute, ringraziato i parenti per l'affetto e il conforto che danno ai suoi militari e i parenti hanno ringraziato lui. Un bimbo piccolo aveva in mano un cartello colorato: «Ben tornato zio Armando». Una donna ha detto all'ammiraglio che «l'importante è che i ragazzi siano tornati, che tutti dovrebbero tornare, che lì ci dovrebbe essere la pace».
All'aeroporto c'erano anche tre marò feriti, rientrati anzitempo nelle scorse settimane, che sono voluti venire per stringersi ai loro compagni. Anche per loro Biraghi ha avuto parole di affetto e di ringraziamento. Ai giornalisti l'ammiraglio dice che i suoi uomini «hanno operato con grande capacità» e che «questo modo di comportarsi con estrema professionalità, umanità è l'elemento qualificante della presenza italiana in tutte le missioni che si sono svolte negli ultimi 20 anni».
«Questo - aggiunge - è il terzo gruppo del San Marco che è stato in Iraq in una situazione certo non facile, ma i miei uomini, così come tutto il contingente italiano, si sono comportati in modo esemplare». «E gli iracheni - osserva - ci hanno guardati con affetto e simpatia. Diciamo che noi italiani siamo un po' particolari, un po' più umani».
Alle 21.30 è arrivato il velivolo con a bordo i 144 marò, in perfetto orario. Alla conferma giunta dall'altoparlante, «L'aereo è arrivato», dalla gente parte un lungo urlo di gioia. Tra gli applausi si sentono più forti le grida delle ragazze. I militari finalmente sbarcano dall'aereo e si schierano davanti a Biraghi che li accoglie con lo stesso spirito e quasi le stesse parole che aveva usato con i loro famigliari. Dal pubblico si leva sempre più forte il coro dei parenti che scandiscono i nomi dei loro ragazzi.
Poi un ufficiale dà il sospirato «Rompete le righe». I militari recuperano i loro zaini e corrono verso il pubblico; anche la gente «rompe le righe e corre incontro ai marò. Lunghi abbracci, commozione, lacrime, grida. «E' finita», urla una ragazza saltando a cavalcioni addosso al suo militare. La tensione si scioglie e i cronisti possono avvicinare i marò. Loro sono disponibili e non si sottraggono. Tra i più gettonati, il sergente Fabio Cipriani, di Napoli, un po' per l' aria vivace che ha, un po' per il chiasso e la simpatia prodotti dai suoi supporter. Nel clima indiavolato trova le parole per raccontare: «L'emozione che provo ora è molto forte, perché tutto il tempo che siamo stati lì, in quel Paese così bisognoso di aiuto, ci ha segnati davvero tanto. Un'esperienza che ci ha maturati e che ha accresciuto il nostro bagaglio umano». Nel viaggio di ritorno in aereo Cipriani ha rivisto i fotogrammi essenziali della sua missione in Iraq. Tra questi la popolazione del posto: «Ci ha accolti in maniera egregia - dice - come se fossimo gente loro e non estranei. Ma l'immagine che più mi è rimasta impressa è quella dei bambini che si avvicinavano a noi e ci chiedevano la cosa più semplice che ci possa essere: l'acqua. Sono emozioni grosse che non dimenticherò, come non dimenticherò tutta questa esperienza».
Si ferma un attimo e poi sintetizza il senso della missione: «Siamo andati lì - dice - per portare aiuti, per migliorare le infrastrutture. Speriamo di esserci riusciti».
Armando Damiani

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