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In Puglia e Basilicata

Katja tra la Puglia e Tokyo ambasciatrice del butoh la «taranta giapponese»

Katja tra la Puglia e Tokyo ambasciatrice del butoh la «taranta giapponese»
di FABIO SEBASTIANO TANA
Katja Centonze da il suo contributo all’incontro tra le civiltà attraverso il butoh la moderna forma di danza creata in Giappone esattamente 50 anni fa. Katja è di origine leccese e da anni è impegnata in una continua spola tra l’Estremo Oriente e l’Europa. Potrebbe essere definita l’ambasciatrice italiana di questa particolare forma d’arte dove non contano i movimenti del corpo, è lo scheletro che danza. Le articolazioni più importanti dei muscoli michelangioleschi. A guidare i movimenti non è la volontà del danzatore ma una forza che egli non è in grado di controllare, come nella taranta

17 Novembre 2009

di FABIO SEBASTIANO TANA

TOKYO - U n’intuizione fuori dall’ordinario, una scommessa, un sogno: difficile definire la scelta di Katja Centonze di dare il suo contributo all’incontro tra le civiltà attraverso il butoh la moderna forma di danza creata in Giappone esattamente 50 anni fa. Katja è di origine leccese e da anni è impegnata in una continua spola tra l’Estremo Oriente e l’Europa. Potrebbe essere definita l’ambasciatrice italiana di questa particolare forma d’arte che, come lei stessa dice, «rappresenta un modo di tradursi da parte dei giapponesi in linguaggio transnazionale». 

In questi giorni Katja, una giovane donna dai poco orientali occhi azzurri, research fellow della Japan Foundation, ha avuto l’onore di essere l‘unico membro non giapponese chiamato a fare parte della giuria del festival della danza di Tokyo. In gennaio ha rappresentato l’Italia al congresso internazionale sul butoh tenutosi all’università Keio di Tokyo. La incontro a Yokohama, in un teatro che si potrebbe definire underground, in sintonia con il manto di anticonformismo e provocazione che avvolge il butoh, anche se siamo pur sempre in Giappone. 
La sala, con un piccolo palcoscenico quadrato circondato da cuscini e qualche panca, si trova in un grande, moderno edificio che guarda la baia coi suoi luccicanti grattacieli, gli spettatori, per lo più giovani, sono silenziosi e compunti, l’ordine e la pulizia regnano sovrani. 

Si esibisce, tra gli altri, Yoshito Ohno, nell’ambito di un festival organizzato per rendere omaggio al padre, l’esecutore-simbolo del butoh, l’ormai ultracentenario Kazuo Ohno. Fu Kazuo Ohno, nei primi anni 80, a fare conoscere il butoh in Europa. Si esibì anche al Petruzzelli. Non stupisca che la sua età già allora fosse avanzata. Il butoh infatti, ci spiega Katja, non è un’esaltazione del corpo e del movimento come avviene nella danza occidentale. 
«Nel butoh si parla di un corpo debole, quasi spento, consumato, è lo scheletro che deve danzare perché qui non sono i muscoli michelangioleschi, ma le articolazioni a diventare protagoniste». 

butoh, la moderna forma di danza creata in Giappone Nulla di strano allora che un ballerino o una ballerina abbiano 80 anni. È addirittura un «corpo morto» che danza nel butoh, perché a guidare i movimenti non è la volontà del danzatore ma una forza che egli non è in grado di controllare. 
Hijikata Tatsumi, il fondatore del butoh, diceva ad esempio che nel suo corpo agiva la sorella maggiore, ceduta dalla poverissima famiglia come prostituta e mai più incontrata. Una sorta di possessione insomma, come quella che in Puglia si manifesta nei gesti e nelle movenze delle tarantate. Nell’uno e nell’altro caso, afferma Katja, «prevale la condizione dell’essere danzati anziché del danzare». 

E tanto per ricordare un altro pugliese doc, si riproduce il meccanismo della macchina attoriale di Carmelo Bene, il quale sosteneva «non di parlare ma di essere parlato». Etimologicamente butoh significa danza calpestante e ciò lo avvicina al tarantismo dove la «pizzicata » deve calpestare a morte il ragno. La base culturale e antropologica appare pertanto simile, anche se in Occidente le danze popolari epidemiche, come la taranta, sono viste come il segno del degrado e della malattia, dall’epilessia all’isteria, mentre in Oriente lo sciamanesimo è accolto nella cultura più profonda, perfino nei riti riguardanti l’imperatore. 

Proprio sulla base di un progetto di lavoro che intendeva portare nella terra della taranta l’espressività sincopata e talvolta tenebrosa del butoh, Katja ha organizzato due anni fa nel cuore del Salento un seminario con performance insieme a Anna Maria De Filippi e Andrea Pati. Tutti in una masseria vicino ad Otranto, il sol levante italiano, ad ascoltare, guardare il maestro Murobushi Ko e possibilmente imparare. Katja è fiera di questa sua iniziativa. Poca risonanza mediatica, è vero; assai meno di quando ha portato i maggiori artisti a esibirsi alla biennale di Venezia e a Roma, ma nel Salento si avvertiva la spontanea capacità di comunicare tra due culture diversissime e nello stesso tempo in grado di porsi sulla stessa lunghezza d’onda. Poi tutto dipende dalla volontà di fare un salto nel buio, perché, ricorda Katja, «alcuni gruppi di danza, come il famoso Sankaijuku, quando si esibiscono in Europa, cercano mediazioni facendo leva su certi facili stereotipi culturali, ma il vero butoh è aspro, rifugge dai compromessi». 

Come sottolinea l’esperto di tradizioni teatrali giapponesi Gunji Masakatsu, il butoh «è classico ed è rivoluzione nello stesso tempo». Si rifà alle antiche danze del Tohoku, regione del Giappone nord-orientale dove è nato Hijikata, periferica come il Salento, ma c’é anche quella rabbia, quella voglia di costruire distruggendo, che fu di Yukio Mishima, lo scrittore degli amori scabrosi, possibilmente omosessuali. Mishima e Hijikata si frequentarono intensamente. Non è casuale che l’at t o di nascita del butoh sia stata l’esibizione del 1959 intitolata «Colori proibiti», il titolo di un libro di Mishima. Fece scandalo, con gli spettatori che scapparono inorriditi dagli atti sessuali mimati in modo esplicito e dai gemiti provenienti dal buio.
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