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Taranto: l'operaio-scrittore «Chiudere l'Ilva? Precarietà e crimine sarebbero in agguato»

Taranto: l'operaio-scrittore «Chiudere l'Ilva? Precarietà e crimine sarebbero in agguato»
di FULVIO COLUCCI
«L'obiettivo finale, a Taranto, è migliorare l'ambiente? Bisogna farlo con gli strumenti giusti. L'intervento legislativo certo, ma voglio dire qualcos'altro: il primo strumento per migliorare l'ambiente è avere una classe dirigente nuova, ripulita, che pensa al futuro e non è appiattita su un presente senza prospettive. Questo lo dico anche agli imprenditori: il presidente di Confindustria Sportelli oggi parla di aziende eco-compatibili. Perché non l'ha fatto prima?»

16 Novembre 2009

di FULVIO COLUCCI

«Affidarsi al governo per le bonifiche ambientali sarebbe pia illusione. Vorrei che i referendari, quando invocano la chiusura dell'Ilva, riflettessero. Se si arrivasse alle bonifiche sarebbe l'inferno. Il governo spacchetterebbe tutto: una miriade di aziende fragili con contratti a due mesi, facilmente ricattabili. Si creerebbe un sistema precario e a rischio criminalità. Una Gomorra degna del racconto di Saviano: il rimedio peggiore del male». 
Giuse Alemanno: operaio dell'Ilva, scrittore. «Non il contrario - spiega l'autore di “Terra nera”, vice direttore del settimanale “Voce del popolo” - perché l'intellettuale vive come un parassita dentro l'operaio. L'operaio paga allo scrittore il necessario e il superfluo. L'intellettuale è la “festa del paese”, ma deve tutto all'operaio: anche la libertà. La tuta blu, lo dico anche se mi accuseranno di retorica, è la mia bandiera. La mia bandiera di libertà». 

Alemanno ci fa pensare che, in giacca e cravatta, magari questuando qualche patrocinio per la «festa del paese», si sentirebbemeno libero... «Sarebbe esattamente così. Sul problema ambientale la cultura tarantina mostra il suo eterno limite: la chiusura, il distintivo sulla giacchetta. Oggi che Saviano ha sdoganato la figura di intellettuale calato nella realtà, tutto ciò appare ridicolo. Rispetto alla questione ambientale c'è una sensibilità straordinaria. E, si badi bene, di tumore si muore a Taranto ma anche in provincia. E tanto. Io rispetto al referendum dico: niente strumentalizzazioni. Il sindaco Stefàno non si nasconda e faccia come Vendola. Dica no al referendum». 

Lei cosa pensa di una Taranto senza industrie? «Non funzionerebbe. Ma mi faccia dire anzitutto che non sputo nel piatto in cui mangio pur rispettando il referendum come strumento democratico. Alle urne ci andrei e voterei. Cosa non lo dico». 

Lei è manduriano. Crede nella divisione sui temi ambientali fra operai tarantini e della provincia all'interno dell'Ilva? «Gli operai dell'Ilva non sono marziani. Quella divisione è squallida e improponibile perché all'Ilva il lavoro non è individuale, mai. All'Ilva si lavora in squadra. La cassa integrazione e la crisi stanno sfaldando quel senso di collettività: rimaniamo da soli, per mesi fuori dalla fabbrica. Come gli incidenti, la notizia tragica. Ne ho visti tanti ma non saprei raccontarli. Taranto ha mai riflettutto su cosa significhi vedere un ragazzo timbrare un cartellino e poi non ritrovarlo all'uscita dallo stabilimento? I lavoratori dell'Ilva sono esseri pensanti: hanno deciso di partecipare, scrivere. Sanno distinguere. Taranto li vive come un fastidio, forse. O forse no. E allora bisogna aprirsi al dialogo. Un dialogo franco, senza sovrastrutture ideologiche, mentali. Quando diversi editori mi hanno chiesto un “romanzo di fabbrica” ho risposto di no: non sarei obiettivo; io quando racconto cerco, invece, di essere libero». 

Dopo quello che è successo in Consiglio comunale, il voto che fa slittare la data del referendum, non le sembra che tra politica e una parte del mondo ambientalista sia stato scavato un solco profondo? «C'è il rischio di una contrapposizione sterile sul referendum. Il passato insegna qualcosa. Ricordate il grande movimento d'opinione che ha portato al referendum contro le centrali nucleari? Oggi il governo vuole le centrali nucleari. L'obiettivo finale, a Taranto, è migliorare l'ambiente? Bisogna farlo con gli strumenti giusti. L'intervento legislativo certo, ma voglio dire qualcos'altro: il primo strumento per migliorare l'ambiente è avere una classe dirigente nuova, ripulita dalle incrostazioni partitocratiche e di potere, che pensa al futuro e non è appiattita su un presente senza prospettive, su un continuo scontro alimentato per non affrontare i problemi. Questo lo dico anche agli imprenditori: il presidente di Confindustria Sportelli oggi parla di aziende eco-compatibili. Perché non l'ha fatto prima?».
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