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In Puglia e Basilicata

Giustizia, la riforma divide magistrati e avvocati pugliesi: rischio impunità

Giustizia, la riforma divide magistrati e avvocati pugliesi: rischio impunità
di STEFANO BOCCARDI 
Nel giorno in cui Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi siglano l’ennesimo patto all’ombra della giustizia, prefigurando una riduzione dei tempi del processo penale, Salvatore Casciaro, giudice del Tribunale civile di Bari, presidente della giunta distrettuale dell’associazione nazionale magistrati, commenta: così «si alimenta nei delinquenti il senso di impunità». Così si arriva «all’amnistia generalizzata».  Di tutt’altro tenore le dichiarazioni del penalista barese, Francesco Paolo Sisto, deputato del Pdl e componente la Commissione Giustizia della Camera: quello prefigurato «è sicuramente un passo avanti verso il recupero di un processo penale con tempi ragionevoli»
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11 Novembre 2009

BARI - Altro che «bisogno di sicurezza dei cittadini». Così «si alimenta nei delinquenti il senso di impunità». Così si arriva «all’amnistia generalizzata». È l’estrema sintesi di una dichiarazione rilasciata alla Gazzetta da Salvatore Casciaro, giudice del Tribunale civile di Bari, presidente della giunta distrettuale dell’associazione nazionale magistrati. 

Nel giorno in cui Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi siglano l’ennesimo patto all’ombra della giustizia, prefigurando una riduzione dei tempi del processo penale, le parole del dott. Casciaro suonano come un vero e proprio atto d’accusa nei confronti del premier e del presidente della Camera. 

«Mentre i cittadini chiedono a gran voce più giustizia e dunque interventi strutturali che implicano maggiori risorse umane per dare efficienza al sistema - dice Casciaro - si può ragionevolmente temere che si prepari una riforma che, non senza qualche ipocrisia, dovrebbe fissare per legge la durata del processo penale in sei anni, pur non potendosi ignorare che con le disposizioni processuali attuali e le modeste risorse disponibili, è illusorio chiudere i processi in quegli angusti termini. Se fosse varata una tale riforma, ciò che si spera caldamente non avvenga, centinaia di migliaia di processi saranno presumibilmente dichiarati estinti. Con rinuncia dello Stato alla pretesa punitiva, mortificando le aspettative delle vittime dei reati e alimentando nei delinquenti il senso di impunità». 

«Insomma - conclude il presidente della giunta distrettuale dell’Anm - mentre da un canto in ambienti politici si pone sovente l’accento sul bisogno di sicurezza dei cittadini, non senza contraddizione si rinuncia all’effettività della pena anche per reati gravi, assumendo una iniziativa che, se portata a compimento, si risolverebbe in un’amnistia generalizzata». 

Di tutt’altro tenore le dichiarazioni del penalista barese, Francesco Paolo Sisto, deputato del Pdl e componente la Commissione Giustizia della Camera. Quello prefigurato - dice - «è sicuramente un passo avanti verso il recupero di un processo penale con tempi ragionevoli, laddove per ragionevoli si intende comunque con un termine massimo prefissato». 

«È evidente - spiega - che lo spunto politico dovrà trovare poi analitica traduzione tecnica, mediante norme che siano da un lato chiare e capaci di semplificare e dall’altro assolutamente coerenti con l’attuale sistema processuale. Il tutto per dare la stura ad una riforma del sistema giudiziario che per essere credibile deve pure avere un inizio effettivo». 

«Mi sembra - conclude - che questa partenza possa essere quella col piede giusto». Ma - chiediamo - sei anni sono un tempo «ragionevole» per concludere un processo penale degno di questo nome? «Guardi - risponde Sisto - sei anni sono anche troppi. Sei anni sono una ragionevole mediazione. Ma ciò che conta è che il processo abbia un termine. Ciò che conta è il metodo, è il fatto che il processo abbia una durata massima». 

Fin qui due posizioni contrapposte. Per certi versi, persino prevedibilmente contrapposte. Per il resto, sono tanti (la gran parte) i giuristi che prima di esprimersi aspettano di leggere uno straccio di testo scritto. Uno di loro è il penalista Egidio Sarno, presidente della Camera Penale di Bari. «Guardi - dice al telefono - non posso esprimermi su un’ipotesi che è ancora molto vaga e non definita. Ho sentito anch’io dei sei anni. Ma non è chiaro in che termini. Da quando bisogna prendere in considerazione il procedimento? Dal rinvio a giudizio? Dall’inizio del dibattimento? Possono sembrare particolari. Inezie. Ma sono essenziali per poter fare una considerazione. Quindi, non me la sento al momento di poter dare un giudizio. Stiamo lì attenti a capire, a guardare. Anche con molta perplessità, per la verità. Anche perché non ci sembra che in questo momento il problema importante del processo sia la prescrizione. Questo lo possiamo dire. Ci sembra che ci siano ben altre riforme che da tempo sollecitiamo. Ma staremo a vedere. Valuteremo». 

Anche l’avv. Sarno cita il principio costituzionale della «ragionevole durata», ma poi arriva a conclusione diametralmente opposte a quelle dell’on. Sisto. «È certamente un riferimento importante - osserva -. Però si tratta di vedere poi concretamente. Perché se poi questa ragionevole durata porta all’estinzione del processo... Insomma, non lo so». 

Opposte sono anche le sue considerazioni pratiche sul tempo massino (sei anni) prefigurato dal patto Fini-Berlusconi. «Se partiamo dalle indagini preliminari - dice - non ci siamo. Salvo che non si dia una svolta rigorosa ai tempi. Ma se dovessimo considerare i tempi attuali, i processi sarebbero tutti prescritti. Cancelleremmo tutti i processi. Almeno quelli con un minimo di serietà. E poi non ho capito se questa norma avrà effetto retroattivo. Non è chiaro. Ripeto. Sentiremo e vedremo. Ormai il legislatore si preoccupa di tutto, tranne che delle cose essenziali. Ma ne prendiamo atto».
di STEFANO BOCCARDI
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