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Iraq - Torture «per diletto»

Nuove foto di orrore ad Abu Ghraib testimoniano non solo un sistematico ricorso alla violenza contro i prigionieri per estorcere informazioni, ma la voglia dei soldati di «divertirsi» o di punire in maniera umiliante i reclusi, solo per sadismo • Ostaggi italiani: «È Quattrocchi? Per la risposta serve tempo»
NEW YORK - Gli abusi inflitti ai detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib - le cui immagini hanno fatto il giro del mondo - non servivano solo ad «ammorbidirli» e farli parlare il più in fretta possibile. A volte, dietro al comportamento dei militari statunitensi, c'era solo la voglia di divertirsi o di punire in maniera umiliante i reclusi per atti di indisciplina all'interno della prigione.
Ad aggiungere un nuovo tassello alla vicenda delle torture nel carcere di Baghdad, è il Washington Post il quale - citando documenti inediti - fa emergere altri particolari che gettano ulteriore fango sull'intervento statunitense in Iraq.
Secondo quanto riportato dal giornale, infatti, le azioni compiute dai militari americani all'interno della struttura di Abu Ghraib - e, in particolare nel braccio 1A - non avrebbero risposto solo al tentativo di condizionare psicologicamente i detenuti in vista di un interrogatorio ma anche alla volontà di punire - attraverso modalità destinate ad umiliarli e a divertire i carcerieri - i prigionieri considerati responsabili di disordini e, nota il WP, di un presunto caso di stupro ai danni di un ragazzo.
Gli stralci citati dal quotidiano - che riporta dichiarazioni di quattro dei sette militari indagati per lo scandalo - sono riferiti ad immagini ampiamente note, tra cui una piramide di uomini nudi, un uomo incappucciato in equilibrio su una cassa con le braccia a croce collegate a fili elettrici e tre prigionieri ammanettati nudi a terra.
INTERROGATORI LONTANI DA OCCHI INDISCRETI. A ridimensionare la necessità di essere duri per far parlare prima i detenuti e dare un maggiore risalto al divertimento per i carcerieri nel compimento degli abusi sono alcuni documenti che riportano la testimonianza del sergente di polizia militare, Javal Davis (indagato nello scandalo), secondo il quale gli interrogatori venivano condotti da esponenti di altre agenzie del governo (in gergo, Oga) in luoghi diversi dal carcere e lontani da occhi indiscreti.
In base alla sua versione dei fatti, ufficiali dell'intelligence militare, dell'Fbi, di altre agenzie governative, e della divisione investigativa criminale militare» visitavano spesso la «prigione, la notte, portando via detenuti per interrogarli in una capanna di legno dietro al carcere». Sembrava che là - viene riportato - «ci fosse sempre qualcuno di altre agenzie» o del personale militare.
NIENTE REGOLE SCRITTE,COMPLIMENTI DALL'INTELLIGENCE MILITARE.
Nei documenti svelati dal Washington Post, Davis racconta, inoltre, della mancanza di regole di comportamento scritte all'interno del braccio 1A di Abu Ghraib dove tutto, apparentemente, era lasciato solo a norme riferite «a voce».
«Per quella sezione - osserva - non ho mai visto un insieme di norme o 'Procedure operative standard', solo parole». Gli agenti e l'intelligence militare , spiega, chiedevano di agire ma senza scrivere niente, complimentandosi spesso per il lavoro svolto. I documenti ottenuti dal Washington Post rivelano come ufficiali dell'intelligence si rivolgessero ai carcerieri - in particolare al sergente Ivan Frederick e a Charles Graner - dicendo loro «buon lavoro; stanno rispondendo ad ogni domanda; continuate così. Siate certi che passino una cattiva notte e che ricevano il trattamento».
INTERROGATORI CON CANI APPROVATI DA INTELLIGENCE. Oltre alle rivelazioni del Washington Post, anche il New York Times presenta documenti relativi agli interrogatori all'interno di Abu Ghraib, in particolare quelli condotti con cani e ripresi da alcune foto pubblicate nei giorni scorsi.
Questo genere di interrogatori, riporta il giornale della Grande Mela, erano approvati dai funzionari dell'intelligence militare all'interno del carcere. Secondo quanto osservato dal Nyt il comandante della 205esima brigata di intelligence militare, il colonnello Thomas Pappas avrebbe autorizzato interrogatori alla presenza di cani aizzati contro i detenuti: sino ad ora, un memorandum del Pentagono aveva sostenuto come simili azioni potessero essere autorizzate solo dal generale Ricardo Sanchez, il comandante delle forze americane in Iraq. A quanto risulta al Nyt, invece, la pratica - decisa da comandanti di grado inferiore - era più comune di quanto si potesse pensare.

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