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In Puglia e Basilicata

Allarme del questore  «Foggia è omertosa»

Allarme del questore  «Foggia è omertosa»
«Il problema è la spinta sociale che manca», rimarca D’Agosino. Fino a che ognuno si fa i fatti propri non si cava un ragno dal buco. E’ questo il problema più grande di Foggia». E di episodi se ne sono verificati a migliaia, anche di innocenti coinvolti in conflitti a fuoco tra clan rivali: gente che ha visto in faccia, ha sentito, è stata presente, ma ha preferito farsi gli affari suoi
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04 Novembre 2009

FOGGIA - «Paura? Peggio, è indifferenza». Non ha peli sulla lingua il questore di Foggia, Bruno D’Agostino nel commentare ciò che affiora dallo sfondo dell’ultima operazione eminentemente puntata sui clan dediti alle estorsioni, agli uomini della paura che ancora scorazzano in città. Che alcuni commercianti fossero vittime del racket, la squadra mobile l’ha scoperto dalle intercettazioni. I taglieggiati non avevano denunciato: solo quando sono stati messi di fronte ai fatti compiuti, hanno ammesso di aver pagato. E’ una costante delle inchieste sulla criminalità foggiana. 

«Purtroppo manca la spinta sociale - commenta in conferenza stampa il questore -. Finchè uno si fa i “fatti suoi” poco si cava. Se tutti denunciassero non ci sarebbero problemi di ritorsioni degli estorsori: perchè se è uno solo a denunciare, allora può essere vittima di ritorsioni, ma se sono in cento, mille a farlo questo non è possibile. In questa provincia purtroppo la gente si fa i fatti suoi e ciò è peggio della paura. Ma questa operazione dimostra come chi indaga, in questo caso la squadra mobile con alti livelli di efficacia e efficienza, sa dare risposte alle emergenze criminali». 

«Oggi» (ieri per chi legge, ndr) a Bari si parla anche del “caso Foggia”: esiste un problema sicurezza, ma c’è la certezza di avere apparati investigativi all’altezza», afferma con orgoglio il questore, scodellando quella cartellina di appunti che portano nomi e cognomi dei sette arrestati. Ore e ore di intercettazione, un lavoro di intelligence non indifferente che ha portato a incastrare gli uomini del racket in città. E ripete: «Se tutti denunciano ci sono meno problemi. In questa provincia, continua a vigere il discorso di farsi i fatti propri e non è solo paura, è peggio, è proprio farsi i fatti propri». Davanti i provvedimenti restrittivi anche per associazione mafiosa per presunti esponenti di due clan cittadini e per gli episodi dei contrasti armati che l’anno scorso provocarono ferimenti per strada anche di passanti. 

«Il problema è la spinta sociale che manca», rimarca D’Agosino. Fino a che ognuno si fa i fatti propri non si cava un ragno dal buco. E’ questo il problema più grande di Foggia». E di episodi se ne sono verificati a migliaia, anche di innocenti coinvolti in conflitti a fuoco tra clan rivali: gente che ha visto in faccia, ha sentito, è stata presente, ma ha preferito farsi gli affari suoi. 

Persone testimoni loro malgrado di conflitti a fuoco in una zona affollata quale poteva essere un parco urbano, è il caso di Parco San Felice, e nessuno ha parlato. Silenzio assoluto. 
E allora: Foggia città omertosa? Il questore non lo dice ma è quanto traspare dai suoi commenti-analisi sulla criminalità e sulla socialità. Ma questo non riguarda solo il capoluogo, anche la provincia da Vieste a Manfredonia a Monte Sant’Angelo, a Cerignola, per citare solo alcuni tra i centri più caldi, dove il fenomeno estorsivo è più accentuato che altrove e dove, di conseguenza, i coefficienti di collaborazione o di propensione a dare indicazioni sono pressochè nulli. Il che equivale a contributi investigativi dalla gente comune uguali a zero, senza parlare delle vittime che tacciono talvolta anche di fronte a circostanze evidenti. 

La prova provata è che a Foggia non esiste una associazione anti-racket, nonostante la buona volontà e gli appelli a metterla su. quante sollecitazioni negli ultimi anni? Quanti gli incontri in prefettura e in occasioni di comitati per la sicurezza e l’ordine pubblico in cui si è sistematicamente lamentata l’assenza di organismi associativi deputati alla tutela delle persone estorte. Niente di niente. E tutto è rimasto lettera morta. Questa è la terra in cui imprenditori hanno perso la vita per aver detto no al racket: è il caso di Giovanni Panunzio. Questa è la terra in cui costruttori in particolare hanno pagato il tributo di sangue dopo aver ricevuto richieste estorsive. E così di tanto in tanto ci si ricorda che da queste parti di racket si può anche morire. Nel frattempo gli uomini della paura costruiscono le loro ricchezze anche sui silenzi e su quegli atteggiamenti omertosi. Gli stessi che forse per paura o scarsa fiducia nelle istituzioni non si denunciano. E il racket va va...
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