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In Puglia e Basilicata

I briganti meridionali nella «fossa comune» del museo Lombroso

I briganti meridionali nella «fossa comune» del museo Lombroso
di MARISA INGROSSO 
Negli scantinati di Torino ammassati centinaia di teschi appartenenti ai fedeli ai Borbone: ma si sono persi i nomi. Che triste fine per quegli insorti meridionali che, fedeli ai Borbone e alla Chiesa cattolica, misero a ferro e fuoco il sogno Piemontese di una serena conquista del Sud
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02 Novembre 2009

di MARISA INGROSSO 

BARI - Sembra incredibile ma la più grande “fossa comune” di Briganti meridionali che esiste al mondo si trova in Piemonte, nelle viscere del Museo di Antropologia Criminale «Cesare Lombroso» dell’Università di Torino. Pochi sanno, infatti, che solerti medici carcerari e militari, per anni, hanno spedito a Cesare Lombroso (controverso pioniere degli studi criminologici) il corpo o almeno il cranio dei Briganti, perché potesse studiarli. Si trattava di uomini e donne uccisi in battaglia da soldati e carabinieri oppure deceduti in galera o condannati alla pena capitale e morti per mano del boia. Lombroso li studiava, li misurava, li sezionava, per cercare di dimostrare la sua bislacca teoria del «delinquente per natura». Era convinto che esistesse un nesso tra la conformazione di un essere umano e la sua propensione a delinquere. Una teoria che oggi sappiamo essere totalmente infondata. Alla fine del 1800, però, sembrava plausibile e così l’Italia Unita contribuiva alle ricerche dello “scienziato”. 

Lombroso, però, era scelleratamente disordinato. Quando morì non lasciò una catalogazione di quelle spoglie e, ancora oggi, alla vigilia della riapertura del Museo, prevista per il prossimo 27 novembre, non si sa a chi appartengono. Crani e altre sezioni del corpo di Briganti (mescolati con quelli di criminali e malati di mente), giacciono in una sorta di “fossa comune” allestita a fini scientifici. 

Silvano Montaldo, che è il curatore del «Catalogo Museo Lombroso», oltreché professore associato di Storia sociale del XIX secolo all’Università di Torino, spiega: «Abbiamo dei crani ma non sappiamo chi era il possessore. Credo che ce ne siano 500 ma sappiamo la storia di un 1% di questi crani. A volte c’è un numero o un segno sopra ma lui (cioè Lombroso; ndr) non catalogava, non schedava. La nostra speranza - aggiunge Montaldo - è che, quando risistemeremo l’archivio, potremo mettere un po’ d’ordine anche grazie alle donazioni documentali degli eredi. Ci sono molti incartamenti interessanti, come una lettera di un medico di Oristano, d’accompagnamento ad un cranio che aveva spedito a Lombroso». 

«I reperti umani d’ogni genere saranno mille - dice Giancarla Malerba del Dipartimento di Anatomia, Farmacologia e Medicina Legale dell’Università di Torino - e, quando il museo riaprirà, alcuni crani saranno esposti ma, ovviamente, non potremo dedicare un’ala al Brigantaggio. Continueremo a fare accertamenti - afferma la studiosa - ma non sempre si potrà forse risalire all’identità di quei reperti. Perché magari è andata smarrita la referenza o la scritta sul cranio». «Lombroso - spiega la Malerba - vi scriveva su, a matita o inchiostro. Però molte parole sono illeggibili a causa dell’inchiostro che era troppo chiaro. Eppoi dipende dal punto del cranio in cui c’era la scritta. Comunque, una parte di quei crani sarà presentata al pubblico in armadi d’epoca». 

Che triste fine per quegli insorti meridionali che, fedeli ai Borbone e alla Chiesa cattolica, misero a ferro e fuoco il sogno Piemontese di una serena conquista del Sud. E dire che fu proprio il cranio d’un brigante a far scoccare l’“illuminazione” in Cesare Lombroso. Il brigante in questione si chiamava Giuseppe Villella ed era originario di Catanzaro. Sospetto di brigantaggio e recidivo di furto e incendio, Villella finì in carcere. Lì Lombroso lo scovò e lo sottopose a visita medica. Poi, quando il calabrese morì in carcere, era il novembre 1872, il professore veronese volle fargli l’autopsia. Nel cranio di Villella scoprì che dove avrebbe dovuto esserci la «cresta occipitale», c’era invece una «fossetta occipitale mediana». Quell’anomalia (in realtà frequente e priva di significato) poteva essere la spiegazione che cercava, la fonte da cui sgorgava la «natura del delinquente», il dettaglio fisico ricorrente che caratterizzava i criminali. 

Lombroso passò tutta la sua vita (morì nel 1909) a sezionare, misurare e conservare, corpi di chi aveva problemi con la legge. Aveva una passione anche per le loro armi (soprattutto quelle realizzate a mano); per i prodotti di fantasia (come graffiti e disegni creati dietro le sbarre); per i loro tatuaggi; per gli abiti. Così, il prossimo 27 novembre, i visitatori del Museo di Antropologia Criminale «Cesare Lombroso» potranno vedere vari oggetti appartenuti a Briganti, come l’abito, il cappello e il fucile a trombone del brigante Antonio Gasparoni (detto Gasparone). Durante i primi decenni dell’Ottocento, fu il brigante più famoso dello Stato della Chiesa. Era un omone di fibra forte, riuscì a sopravvivere a oltre 45 anni di galera postunitaria. Anche il cranio del povero Villella sarà esposto giacché Lombroso gli garantì un «trattamento di riguardo»: fece in modo che i posteri potessero identificarlo, gli garantì il tributo dei vivi, la “memoria”. Infine, i curatori del Museo garantiscono che ciò resta dei due briganti sarà posizionato a non molta distanza dallo scheletro di Cesare Lombroso.
(ingrosso@gazzettamezzogiorno.it)
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