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In Puglia e Basilicata

Primarie Pd, Puglia verso il ballottaggio

Primarie Pd, Puglia verso il ballottaggio
di BEPI MARTELLOTTA 
La conti delle schede (che continuerà fino a domani) sta svelando uno scenario ben diverso da quello proclamato «a caldo» dal primo degli eletti, il candidato alla segreteria Sergio Blasi (nella foto, con D'Alema). I 65 seggi che era convinto di avere e che avrebbero sancito la sua vittoria nell'assemblea dei 126 delegati, forse non ci sono. Forse ne ha 63. Se così fosse, il candidato di Massimo D'Alema sarebbe in minoranza di fronte ad un accordo tra gli sfidanti Michele Emiliano e Guglielmo Minervini
• I dalemiani: unità indispensabile i due sfidanti riconoscano Blasi

28 Ottobre 2009

BARI - Continua la conta col pallottoliere dentro Il Pd pugliese, dove la guerra all’ultimo voto si consumerà almeno sino a domani, quando la riunione-fiume convocata dalla commissione elettorale dovrebbe concludersi con l’ufficializzazione dei dati. Perché la realtà dei conti che mano mano proseguono sui resti (mancano ancora Foggia, Lecce e parte di Bari) sta svelando uno scenario ben diverso da quello proclamato «a caldo» dal primo degli eletti, il candidato alla segreteria Sergio Blasi. 

I 65 seggi che, in un primo momento erano stati diffusi e che avrebbero sancito la sua vittoria nell’assemblea dei 126 delegati, non sarebbero ancora certificabili. Anzi, voci di corridoio parlano di 63 seggi conquistati dal candidato scelto da D’Alema, che lo metterebbero (non solo in termini di voti assoluti, ma anche in quello più decisivo dei posti assegnati alla maggioranza assembleare) in minoranza di fronte ad un accordo tra gli sfidanti Michele Emiliano e Guglielmo Minervini. I quali, non a caso, hanno alzato il sipario sulla fretta con cui era stato fatto lo spoglio, minacciando di far saltare l’apertura di un tavolo per l’avvio di una gestione condivisa del partito con Blasi. 

Ieri, dunque, è stata giornata di trattative. Il tavolo a tre chiesto dagli sfidanti e accolto da Blasi, nel frattempo proclamatosi però nuovo segretario, non c’è stato. Il sindaco di Melpignano è corso a Roma per incontrare il leader, Massimo D’Alema, investito dalla bufera pugliese quando ancora stappava champagne per la vittoria nazionale di Bersani. Obiettivo dell’incontro: capire come proseguire nell’infinito braccio di ferro con Emiliano e, nel caso dalla palude della conta dovesse venire fuori che non ce l’ha fatta, come affrontare il «ballottaggio» nell’assemblea regionale del 7 novembre, chiamata in quel caso a decidere chi sarà il leader del Pd regionale. 

Decisione spinosa, viste le nuove frizioni sollevate con Emiliano e Minervini. Il primo, ieri, ha radunato i suoi sostenitori insieme al coordinatore Giovanni Procacci allo Sheraton di Bari per restituire loro la speranza di quel «cappotto» contro la macchina elettorale di D’Alema appena sfiorato. Il secondo, dopo aver denunciato la scarsa trasparenza nello spoglio dei voti, ha precisato che non cederà di un passo finché non vi sarà certezza dell’esito delle primarie. Procacci racconta di un incontro con almeno un migliaio di «Emiliano’s », compatti (voto all’unanimità) nel non voler più riconoscere qualsiasi esito venga fuori dalla commissione elettorale.

«Non c’è più possibilità di avere certezza sul numero dei delegati: i seggi sono stati sciolti e molti verbali non sono ancora pervenuti alla commissione. Sono accadute troppe irregolarità, alcune irrimediabili - dice Procacci - e dinanzi all’incertezza sui numeri dei delegati, che non potrà essere dipanata, chiediamo che il partito si attenga alla verità dei numeri. Con Blasi al 49%, Emiliano al 31% e Minervini al 20% nessuno è maggioranza del partito e dinanzi a questo scenario vi sono due strade: quello dei ricorsi e dei mancati riconoscimenti, l’altra quella della politica. Noi abbiamo scelto la seconda strada, condivisa anche da Minervini: andare in assemblea con numero pari di delegati, 63 a Blasi e 63 agli altri due, impegnandoci a votare per lui segretario e trovando linee di conduzione collegiale e condivisa. Chi ama il Pd - scandisce - non può che scegliere questa seconda strada, chi pensa di costruire l’unità partendo da posizioni di forza a tutti i costi preferisce la propria parte all’intero partito». 

Una sola certezza da questo ennesimo tourbillon che ha investito il Pd: il governatore uscente Nichi Vendola dovrà stare ancora un po’ sulle spine prima di capire con quale leader regionale mettere mano all’alleanza per il Sud che D’Alema intende mettere in piedi e che lo stesso Nichi spera di guidare alle prossime regionali. «Non è questo il tempo in cui si possano segnare limiti simbolici e pregiudiziali. È sbagliato dire: mai con l’Udc - sottolinea Vendola - e mai con Rifondazione». 

Esclusa la confluenza della sua Sinistra e Libertà nel Pd («sarebbe il frutto di una rassegnazione e di una sconfitta») , Vendola precisa di non sentirsi «uno del Pd, ma voglio essere un suo interlocutore e penso che con Bersani questo processo si possa avviare seriamente, perché il suo discorso è quello che più si allontana dalla sciagurata autosufficienza di Veltroni». Piuttosto, si aprano le porte di «una Grande Alleanza di tutti quelli che sono contro il populismo e intendono difendere la democrazia e la Costituzione». Il problema è capire chi, almeno in Puglia, terrà le chiavi di quella porta.
di BEPI MARTELLOTTA
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