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Punta Perotti, niente intesa deciderà Strasburgo

Punta Perotti, niente intesa deciderà Strasburgo
di NICOLA PEPE
L’incontro a Roma si è concluso con una proposta ritenuta irricevibile dai Matarrese: prendetevi i suoli e costruite. L’inedificabilità? Si può superare. I costruttori: non accettiamo, decida la Corte europea sui 250 milioni
• Le tappe

24 Ottobre 2009

di NICOLA PEPE

Punta Perotti, addio accordo. Nessuna stretta di mano, tanto meno un «assegno». L’incontro previsto presso gli uffici del «Tesoro» - quelli delegati al pagamento del risarcimento - ha lasciato con un pugno di mosche tra le mani gli imprenditori «danneggiati» dalla confisca ritenuta illegittima dai giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo. 
Il «delegato» di Tremonti ha fatto sapere che lo Stato non ha soldi e che l’unica proposta transattiva era quella della restituzione dei suoli, così come «suggerito» dalla legge ad hoc varata il 3 agosto scorso e annegata nel provvedimento di conversione del «Dl anticrisi». Alle «osservazioni« degli imprenditori (presenti i legali dell’impresa Matarrese) circa l’inedificabilità dei suoli, lo Stato avrebbe risposto in modo interlocutorio sulla possibilità di costruire. 

Al momento, però, come stabilito dalla Cassazione nel 2001, lì c’è un vincolo. E, gli enti pubblici - Comune in testa - non intendono in alcun modo rinunciare al Parco. Morale: ai costruttori resterebbero solo terreni dove poter piantare patate e pomodori. Una proposta irricevibile che ha fatto partire ieri una immediata replica da parte dei costruttori che intendono così rimettersi alle valutazioni della Corte di Strasburgo (La II sezione presieduta dal giudice belga, Tulkens), sull’eventuale indennizzo di 250 milioni di euro. A questo punto i giudici europei - cui è stata trasmessa la proposta dell’Avvocatura dello Stato - hanno due strade: liquidare un risarcimento ritenendo sufficiente il materiale documentale allegato al fascicolo processuale per una decisione; oppure disporre una «consulenza » per la quantificazione del danno. Al termine di tale procedura (incontestabile) scatterebbe la fase esecutiva della sentenza: qualunque cifra liquidata potrebbe essere «pignorata» presso le casse dello Stato italiano. 

In queste ultime settimane si sono susseguite voci su possibili accordi o intese. Soprattutto dopo che lo Stato sembra essersi «incartato» a causa del presunto lo scivolone (ormai chiaro) della legge «Punta Perotti», scritta probabilmente da chi non aveva chiara la situazione dell’area. L’unica proposta sul tavolo restava dunque quella di un risarcimento in denaro, visto che una eventuale restituzione dei suoli era comunque subordinata a una decisione del giudice penale al quale è stata già avanzata istanza di revoca della confisca (i pm si sono opposti). E comunque sarebbe passata dalle forche caudine del Comune. A questo punto, la strada intrapresa - anche se porterà una dilatazione dei tempi - è quella che mette tutti d’accordo. Servirà ad allontanare ombre e sospetti su una procedura che rischiava di infiammare il dibattito politico soprattutto all’interno della maggioranza di centrodestra, soprattutto dopo le ormai note «scaramucce» tra il ministro dell’Economia Giulio Tremonti (ispiratore dell’emendamento al Dl anticrisi che ha partorito la legge Punta Perotti) e il collega degli Affari regionali, Raffaele Fitto, tenuto all’oscuro di tale situazione. Dunque, la strada intrapresa, ovvero il trasferimento della scelta ai giudici di Strasburgo, potrebbe accontentare tutti. A cominciare dalla politica.
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