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Dalla Romania all'Italia per prostituirsi di notte e rubare di giorno: era questa la vita cui era costretta una decina di ragazzi, alcuni anche di 10 e 12 anni
MILANO - Dalla Romania all'Italia per prostituirsi di notte e rubare di giorno: era questa la vita di una decina di ragazzi, alcuni anche di 10 e 12 anni, costretti a vendere il proprio corpo sulla piazza del mercato del sesso a Milano, mentre i più grandi lo facevano per mandare denaro a casa e avrebbero anche avuto un ruolo nell'organizzazione di sfruttatori.
L'organizzazione era capeggiata da otto loro connazionali ed è stata sgominata dagli agenti della Squadra Mobile milanese, ma il problema dei disperati dell'Est (ragazzi romeni, Rom e donne ucraine e moldave) pronti a tutto per sopravvivere in Italia, rimane, «soprattutto per il perdurare di terribili condizioni sociali ed economiche di certi Paesi», come ha osservato di recente anche il questore di Milano, Paolo Scarpis. Lo sfruttamento della prostituzione minorile nel capoluogo lombardo era anche stato documentato da un servizio della Cnn, ripreso poi dal Tg5, che documentava il mercato del sesso nei pressi del cimitero Monumentale di Milano. «Datti da fare più che puoi - dice la madre di uno di questi ragazzi, senza sapere che la sua conversazione era intercettata dalla Polizia - che qui ci servono i soldi per comprare almeno un maiale».
Nel corso dell'indagine, cominciata un anno fa su denuncia di un minore romeno e coordinata dai pm Pietro Forno e Isidoro Palma, gli investigatori hanno accertato un giro di prostituzione maschile che coinvolgeva nove ragazzi romeni, tre dei quali di 10-12 anni. Accusati di essere loro sfruttatori sono sette loro connazionali (un ottavo è latitante): Marius Torik, 34 anni, Ion Rus, 24, Elisabeta Varga, 31, Dorel Zoltan, di 23 tutti irregolari; Ovidiu Ghebenei, 32 anni, e Dumitru Moldovan, di 35, con permesso di soggiorno, e un ragazzo di 17 anni. Per sei di loro il gip Luca Pistorelli ha convalidato il fermo, mentre per il minore, difeso dal'avvocato Alessia Pontenani, è stata disposta la scarcerazione e la trasmissione degli atti alla Procura dei Minori che si occupa della posizione di altri sette ragazzini indagati.
Le accuse sono pesanti: associazioni per delinquere finalizzata all riduzione in schiavitù, induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, violenza e minacce, ricettazione.
Oltre ad essi, nel corso di un blitz della polizia fatto apparire come un controllo casuale, sono stati fermati due italiani sorpresi, in due diverse circostanze, in un rapporto sessuale con altrettanti minorenni di 10 e 12 anni: i due, un insegnante di sostegno, che lavora proprio con i minorenni, e un odontotecnico, sono stati fermati e poi rilasciati dall'autorità giudiziaria, che nei loro confronti procede in stato di libertà.
L'organizzazione, che aveva base in due paesi della Romania, Sibiu e Medias, da dove venivano sia gli sfruttatori sia i ragazzini, obbligava i minori, una volta giunti in Italia con l'approvazione o quanto meno la tolleranza delle famiglie, a elemosinare, rubare e a borseggiare, oltre a vendersi in piazza Trento, da anni teatro di prostituzione maschile.
«Il loro cliente tipo - ha spiegato il funzionario della Sezione reati contro i minori - era un italiano di media età, professionista o comunque benestante, in alcuni casi, con famiglia e figli». «I ragazzi di vita facevano guadagnare ai loro sfruttatori cifre tra i 500 e i 700 euro a sera a testa - ha spiegato il dirigente della Squadra Mobile, Luigi Savina -. Solo una piccola parte ritornava poi ai giovani, che li spedivano a casa o tramite amici che rientravano in pullman; oppure il denaro era spedito in altro modo».
I giovani romeni dormivano in aree dismesse, in stabili abbandonati in Viale Monza, viale Minusiano, viale Isonzo e piazza Trento e, nonostante i soldi guadagnati, dovevano arrangiarsi per procurarsi vestiti e cibo. Per imparare a borseggiare i ragazzi erano sottoposti a un vero e proprio addestramento: ad esempio, dovevano riuscire ad aprire la cerniera di uno zainetto sospeso su una corda tesa tra due pali, ed estrarre un telefono cellulare, senza farlo muovere. Se non rigavano dritto erano botte o pesanti pressioni psicologiche.

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