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In Puglia e Basilicata

Rifiuta di pagare il pizzo martellate a imprenditore

Rifiuta di pagare il pizzo martellate a imprenditore
di ENRICA D’ACCIÒ
BITONTO - Si è rifiutato di «pagare il caffè», ovvero di versare il pizzo sull’impalcatura che quella mattina aveva cominciato a tirar su. Il suo rifiuto gli è costato un pestaggio con un tirachiodi, un martello da edilizia e 10 giorni di ospedale. Il suo carnefice, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, non ha avuto timore di agire in pieno giorno, alla presenza di altre persone. L’intervento degli agenti del commissariato ha messo fine alla lunga mattina di violenze, minacce e ricatti

21 Ottobre 2009

di ENRICA D’ACCIÒ

BITONTO - Si è rifiutato di «pagare il caffè», ovvero di versare il pizzo sull’impalcatura che quella mattina aveva cominciato a tirar su. Il suo rifiuto gli è costato un pestaggio con un tirachiodi, un martello da edilizia e 10 giorni di ospedale. Il suo carnefice, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, non ha avuto timore di agire in pieno giorno, alla presenza di altre persone. Solo l’intervento degli agenti del commissariato ha messo fine alla lunga mattina di violenze, minacce e ricatti, facendo scattare le manette ai polsi di Vito Dicataldo, 25enne bitontino. 

Tutto è cominciato lunedì mattina. Nel cantiere di via Manzoni, angolo via Labini, un piccolo imprenditore edile, insieme al suo collaboratore, aveva cominciato a montare l’impal - catura per i lavori di rifacimento della facciata del palazzo. Sul cantiere, poco dopo le 8.30, si è presentato un giovane, a bordo di una potente «Audi» grigio chiaro. Indossava un cappellino con visiera, un giubbotto nero, enormi occhiali da sole. Impossibile quindi riconoscerlo. Il giovane, in dialetto stretto, ha chiesto del «maestro». Dopo averlo identificato, senza aggiungere altro, si è allontanato. È tornato 2 ore più tardi, questa volta con una «Audi Station Wagon Nera». Con lui altri due ragazzi, con il volto parzialmente coperto da occhiali da sole. 
«Pagaci il caffè» gli hanno intimato. L’imprenditore, capita l’antifona, ha cercato di contrattare. «Pagaci il caffè o ti smantelliamo l’impalcatura», la dura risposta. All’ennesimo rifiuto, sono scattate le botte. 

Per primo è stato colpito l’imprenditore, raggiunto al gomito sinistro con un tirachiodi. L’uomo ha cercato la fuga ma è caduto. A terra è stato raggiunto da altri colpi, anche a mani nude. Botte da orbi anche per l’operario e per il cognato dell’imprenditore, accorso al cantiere dopo i primi strepiti: i tre malviventi, infatti, avevano cominciato a smantellare l’impalcatura. 

Una delle tre vittime ha cercato di fermare le botte ricordando agli aggressori la parentela con uno degli esponenti di spicco della criminalità bitontina. I tre malviventi, incuranti persino delle regole non scritte della malavita locale, hanno continuato a colpire fino a quando non hanno imposto all’imprenditore il pagamento mensile del caffè, fino alla fine dei lavori. Giunta in commissariato la notizia dell’aggressione, sono partite le indagini: i sospetti convergevano su Dicataldo, che già tre anni fa era stato fermato per estorsione e che, secondo la polizia, aveva ripreso il giro del pizzo nei cantieri. Secondo gli agenti sarebbe lui il boss del piccolo commando che ha assaltato il cantiere di via Manzoni. Per i suoi due complici, già identificati, si aspetta nei prossimi giorni la richiesta di misure cautelari.
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