Giovedì 11 Agosto 2022 | 08:25

In Puglia e Basilicata

«Ho fatto arrestare boss e gregari ma non lo rifarei»

«Ho fatto arrestare boss e gregari ma non lo rifarei»
di GIOVANNI LONGO 
BARI - Lui è un testimone di giustizia. «Il primo in Puglia», dice. Grazie alle sue testimonianze durante i processi, sono stati condanti boss e gregari del Nord Barese. Oggi, dopo una vita da incubo per sè e la propria famiglia, ammette: «Tornando indietro, non lo rifarei. Lo Stato mi ha lasciato»

17 Ottobre 2009

BARI - C’è un prima e un dopo nella vita che Francesco (nome di fantasia n.d.r.) definisce, con amarezza e rimpianto, «spezzata». Lui è un testimone di giustizia. «Il primo in Puglia», dice con quel pizzico di orgoglio che gli resta prima di allargare le braccia e dire sconsolato: «Tornando indietro, non lo rifarei». La linea di confine tra il suo «prima» e il suo «dopo» sono le denunce agli investigatori, le testimonianze durante i processi, che hanno fatto arrestare molte persone («un centinaio», sostiene) e condannare numerosi esponenti del clan Cannito, attivo nel Nord Barese. Francesco, vittima dell’usura e delle estorsioni, ha raccontato tutto ciò che sapeva ad alcuni magistrati, compreso l’allora pm antimafia Michele Emiliano. 

«Più volte mi era stato richiesto di entrare nel programma di protezione - racconta - mi sono convinto a farlo solo quando mi è stata fatta leggere la trascrizione di una intercettazione in cui si pianificava un attentato ai miei danni: “Basta, facciamolo fuori!”». Quella minaccia gli ha fatto più effetto dei quattro proiettili che gli furono recapitati a casa («Uno per ogni componente della mia famiglia, c’era scritto nel messaggio ») e persino di un attentato che ha subito non lontano dall’azienda che è stato costretto a chiudere ( «un’auto si avvicinò alla mia, un uomo abbassò il finestrino ed esplose alcuni colpi contro di me: sono vivo per miracolo»). Davvero troppo per restare in Puglia. «Ho dovuto prendere la mia famiglia e scappare». 

Per cinque anni (dal 2000 al 2005) Francesco, sua moglie, le due figlie, hanno vissuto «sotto protezione» in una località del Friuli. «Difficile ambientarsi in quel paesino, stringere amicizie, condurre una vita normale. Una delle mie figlie è stata in cura da uno psicologo. Percepivo dallo Stato uno “stipendio” di 1.700 euro al mese: vivevamo giorno per giorno senza prospettive, sogni, progetti. I vicini mi guardavano con sospetto: spesso ero in compagnia dei carabinieri: per loro ero un pezzo grosso, oppure un criminale». 

Al termine del programma si passa alla fase due. Quella che, ironia della sorte, si chiama «Progetto Vita». «Lo Stato - spiega Francesco - mi ha dato la possibilità di aprire un’attività commerciale. Avevamo pensato di stabilirci a Pesaro. Un mese dopo il nostro arrivo entrammo in un supermercato. Sembrava che, finalmente, le cose potessero andare bene. Lì, però, incrociai lo sguardo di due persone che conoscevo: “Che ci fai qua?”. Avevo contribuito a farli condannare, si erano trasferiti nelle Marche, erano soci di una impresa edile. Con il cuore in gola ne parlai ai carabinieri. Ci trasferimmo subito in un albergo di Macerata. Dopo un mese, si cambiò di nuovo». 

La speranza di costruire una vita «normale» brillava come l’insegna della tabaccheria acquistata in Veneto con la «capitalizzazione», ovvero l’uscita dal programma. «Mi hanno dato una nuova identità e dei soldi (250mila euro dallo Stato, altri 100mila li ho avuti da una associazione antiracket). Per qualche mese è andato tutto bene, fino a quando, anche qui, qualcuno mi ha riconosciuto: ho subito furti e incendi che mi hanno convinto a svendere l’attività». Francesco, che oggi ha 47 anni, non lavora più. «Non mi vergogno ad ammettere che ho persino venduto i gioielli della mia famiglia per andare avanti». 

Mentre racconta la sua storia infila le mani in tasca. Passeggiando in piazza Umberto, prima di ripartire verso il nord, ripercorre le tappe della sua vita, ripensa al prezzo che sta pagando per la scelta che la sua stessa famiglia oggi gli fa pesare. Sorseggia un caffè, si guarda intorno. Ha paura. «Lo Stato - dice cupo e sconsolato - mi ha lasciato».
GIOVANNI LONGO
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725