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In Puglia e Basilicata

Camorrista appena pentito evade da hotel nel Brindisino: è polemica

Camorrista appena pentito evade da hotel nel Brindisino: è polemica
Catello Romano, uno dei due pentiti dell’omicidio del consigliere comunale del Pd di Castellammare di Stabia (Napoli) Luigi Tommmasino, è fuggito dalla località segreta in cui era stato trasferito nei giorni scorsi in attesa che fosse formalmente avviato il piano di protezione per i collaboratori di giustizia. Catello, 19 anni, presunto killer vicino al clan D’Alessandro si sarebbe calato dalla finestra di un hotel nel Brindisino con una corda di fortuna creata con lenzuola annodate

14 Ottobre 2009

NAPOLI - Un imprevedibile colpo di scena tinge ulteriormente di giallo il caso Tommasino, il consigliere comunale di Castellammare di Stabia ucciso dalla camorra lo scorso febbraio per non aver restituito 30.000 euro al clan D’Alessandro. Uno dei quattro componenti del commando che fece fuoco sul politico, dopo aver garantito la propria collaborazione con la giustizia ed essere stato trasferito in una località protetta in Puglia, ha fatto perdere le proprie tracce eludendo i controlli delle forze dell’ordine. Ora gli si dà la caccia. 

La fuga è avvenuta secondo la più classica delle modalità: due lenzuola legate tra loro hanno consentito a Catello Romano, 19 anni, di calarsi giù dalla finestra dell’albergo che lo ospitava. 

Oltre ad aver ammesso di aver esercitato un ruolo chiave nell’omicidio Tommasino, Catello aveva anche confessato di aver compiuto cinque omicidi in pochi mesi. Con lui, venerdì scorso la Squadra Mobile di Napoli aveva fermato Salvatore Belviso, 26 anni, Renato Cavaliere, 37 anni, già detenuto, e Raffaele Polito, 27 anni, esecutore materiale del delitto che come Catello aveva deciso di collaborare. Per entrambi, la Procura aveva deciso di non firmare il decreto di fermo ma di sottoporli a sorveglianza. 

La fuga di Romano ha dato la stura alle polemiche, in particolare per la decisione della Procura di non firmare il decreto di fermo per Romano: “Abbiamo agito in base a esigenze processuali e in tutta coscienza”, la replica del procuratore della Repubblica di Napoli Giandomenico Lepore. 

“La nostra decisione – ha aggiunto Lepore – è stata presa in base ad esigenze processuali. Quello era il provvedimento da adottare secondo un costume della Procura. Abbiamo agito in piena coscienza”.
Le prime dichiarazioni di Romano e Polito, considerato l'esecutore materiale del delitto, avevano confermato quanto emerso dalle intercettazioni: Tommasino doveva essere ammazzato perchè non aveva restituito 30mila euro al clan di Castellammare di Stabia. 

Ma sulla provenienza di quei soldi la Squadra mobile sta ancora indagando. Esclusa l’ipotesi che il politico, proprietario di un negozio di abbigliamento, fratello di un noto medico, possa essere stato vittima di estorsione. Più verosimile la tesi secondo la quale Tommasino avrebbe svolto un ruolo di intermediazione nella riscossione di somme destinate al clan di cui lui si è appropriato. 

Uomo chiave per risalire al movente del delitto potrebbe essere Salvatore Belviso, cugino e braccio destro del capo clan Vincenzo D’Alessandro, che per il momento però ha deciso di non collaborare con la giustizia. Dalle indagini era emerso anche che il politico, insieme con un amico, aveva imposto l'assunzione di familiari dei D’Alessandro a ditte che avevano ottenuto appalti dal comune. Sui rapporti tra Tommasino e il clan D’Alessandro e su altri aspetti ancora oscuri dell’omicidio, Catello Romano sarebbe stato sentito a breve dagli inquirenti: la sua incredibile fuga priva le indagini di un tassello importante.
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