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In Puglia e Basilicata

Asl Lecce rischia di pagare 33 mln ad azienda barese

Asl Lecce rischia di pagare 33 mln ad azienda barese
di MASSIMILIANO SCAGLIARINI 
Questa è la storia di un lodo arbitrale che ha condannato l’Asl di Lecce a pagare 28 milioni di euro all’azienda barese Trend Sviluppo Holding. Un maxirisarcimento che non ha precedenti nella storia della sanità pugliese. Se a dicembre la Corte d’Appello di Lecce confermerà l’esito dell’arbitrato, la Regione sarà costretta a tirare fuori 33 milioni (28 più gli interessi), di cui 4,5 solo per il fatto che la Trend ha scritto una delibera. L’atto pubblico più costoso del mondo
• Nel 2008 la Trend ha avuto un giro d'affari di 1,3 milioni

14 Ottobre 2009

BARI - Questa è la storia di un lodo arbitrale che ha condannato l’Asl di Lecce a pagare 28 milioni di euro all’azienda barese Trend Sviluppo Holding. Un maxirisarcimento che non ha precedenti nella storia della sanità pugliese. Se a dicembre la Corte d’Appello di Lecce confermerà l’esito dell’arbitrato, la Regione sarà costretta a tirare fuori 33 milioni (28 più gli interessi), di cui 4,5 solo per il fatto che la Trend ha scritto una delibera. L’atto pubblico più costoso del mondo. 

Certo, è una vicenda in cui i contorni tra torti e ragioni sono labili. La Trend, che fa capo al professor Walter Margiotta, dal 2000 al 2003 aveva costituito un’associazione in partecipazione con l’allora Asl Lecce/1 per il «miglioramento economico-funzionale » dell’azienda sanitaria. E per un certo periodo ha gestito, per conto della Regione, la cosiddetta «camera di compensazione», una sorta di cabina di monitoraggio della sanità pugliese da cui è nato il modello di Dief (il Documento di indirizzo economico finanziario). Una semplice delibera, che Trend ha considerato un’opera dell’ingegno e che ha depositato alla Siae. Grazie a quel modello, ha sostenuto Trend, l’Asl di Lecce ha ricevuto dalla Regione più soldi di quanti ne prendeva prima. E quindi gli arbitri (il presidente Saverio Sticchi Damiani, il professor Francesco Campobasso e l’avvocato Carmelo Lazari, quest’ultimo nominato dalla Asl) hanno riconosciuto all’azienda barese l’«utile associativo » sul riparto dei fondi del sistema sanitario regionale. 

Facciamo un passo indietro. Alla fine degli anni ‘90 all’Asl di Lecce è successo più o meno questo. Mentre alla Regione comanda il centrodestra, l’azienda sanitaria si «sposa» con un privato scelto senza gara d’appalto per un progetto di sperimentazione. Dopo un po’ il privato estende i suoi servizi all’intero sistema sanitario regionale. Poi all’improvviso, l’8 gennaio 2004, poco prima che cambi colore, la Regione rescinde il rapporto (non c’è alcun contratto formale) e così il privato chiede i danni. Da un certo punto di vista, la Trend sembra avere ragione: da un giorno all’altro gli viene interrotta la collaborazione e - per sopravvivere - l’azienda è costretta a cedere un ramo d’impresa (una società di lavoro interinale). Per questo, probabilmente, qualcuno dovrà pagare i danni: il Tar di Bari, in una sentenza del 2006 (42/2006), scrive che «il dirigente (dell’assessorato alla Sanità, ndr) rendeva al presidente della giunta una non veritiera rappresentazione dei fatti», a seguito della quale la Regione chiudeva i rapporti con la Trend. 

A ottobre del 2006 era la Commissione consiliare bilancio presieduta da Pierluigi Potì a inviare a Vendola e agli allora assessori Tedesco e Saponaro una relazione in cui intravedeva «oggettive responsabilità di parte pubblica» nella vicenda. Ma la Regione è stata irremovibile, come ricorda alla «Gazzetta» una fonte molto vicina ai fatti: la dirigente, Silvia Papini, sostenne con forza che i rapporti con la Trend andavano chiusi e non c’era da fare alcun accordo. La società barese aveva infatti proposto una transazione da circa 18 milioni, ovvero si accontentava del capitale senza gli interessi. Il lodo arbitrale, invece, è stato più generoso: ha riconosciuto alla Trend il capitale e gli interessi. Che nel frattempo continuano a crescere. Il cuore delle 86 pagine di arbitrato è una consulenza tecnica di parte firmata dal professor Antonio Costa (figlio dell’ex senatore Pdl Rosario Giorgio Costa). 

La consulenza, pagata 320mila euro, è servita, tra l’altro, a riconoscere alla Trend i 4,5 milioni di «equo utile associativo» per aver scritto la famosa delibera che ha portato un «maggior apporto finanziario» nelle casse della Asl Lecce/ 1. In sostanza, secondo l’arbitrato la Trend può prendersi una fetta (e che fetta!) dei «ricavi» della Asl, senza curarsi del fatto che poi i conti della Asl a fine anno siano in deficit. Insomma, al privato vanno gli utili e al pubblico restano i debiti. Il professor Margiotta ovviamente la vede in modo diverso. «Quando noi operavamo la camera di compensazione - dice - il sistema sanitario pugliese era in equilibrio tra costi e ricavi, a differenza di quanto accade oggi». 

Insomma, è la tesi di Margiotta, il suo «modello» di gestione funzionava ed ha portato vantaggi. La Asl di Lecce non è d’accordo. «Finora - dice l’avvocato Elio Pappalepore - in sede giurisdizionale la Trend ha sempre avuto torto. Recentemente, anzi, la Corte d’Appello di Bari ha stabilito che Trend deve restituire all’Asl una somma tra gli 1 e i 2 milioni di euro, che non ha ancora restituito». E il lodo? Come è possibile che anche l’arbitro nominato dalla Asl abbia votato contro chi lo ha nominato? «Sono i casi della vita», chiosa Pappalepore. Che aggiunge: «Finora l’Asl non ha sborsato un centesimo. Abbiamo impugnato l’esecutività dell’arbitrato e aspettiamo le decisioni della Corte d’Appello di Lecce. Noi sosteniamo che la Trend non ha svolto alcuna attività per la Asl, oltre a quelle per le quali è già stata regolarmente pagata». 

Nel frattempo, questo giochino è già costato quasi un milione di euro: oltre ai 320mila euro per la consulenza tecnica, i tre arbitri si sono autoliquidati 585mila euro di parcella...
MASSIMILIANO SCAGLIARINI
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